"Leonora Addio", Paolo Taviani a Berlino con Pirandello. Intervista a SkyTg24

Cinema

Denise Negri

Unico film italiano in concorso nella Selezione Ufficiale del Festival tedesco è la pellicola con Fabrizio Ferracane. Una doppia storia, prima in bianco e nero poi a colori, che ruota attorno a Luigi Pirandello

Per il Maestro Paolo Taviani è la quarta volta alla Berlinale in un Festival di cinema che in più occasioni lo ha premiato e omaggiato (insieme al defunto fratello Vittorio). Basti ricordare l’Orso d’Oro nel 2012 per Cesare deve morire.

Il film, in uscita al cinema il 17 febbraio, è la rocambolesca e vera avventura del “viaggio” da Roma ad Agrigento delle ceneri di Luigi Pirandello, custodite nel film da Fabrizio Ferracane.

Venti giorni prima di morire poi, il Premio Nobel per la Letteratura, scrisse la novella Il chiodo, una storia di immigrazione e dolore che trova spazio nella seconda parte della pellicola. Ecco cosa ci hanno raccontato il regista e l’attore protagonista.

PAOLO TAVIANI

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Maestro, il suo film mette in scena numerose emozioni. Potremmo secondo lei partire dal valore della memoria e dell’omaggio?

Questo film è ispirato a Pirandello però né ora e nemmeno prima con Vittorio, abbiamo mai avuto l’intenzione di illustrare Luigi Pirandello. Quando io e Vittorio giriamo un film (in questo caso purtroppo ero solo io) siamo riconoscenti all’autore per questo diciamo: “Grazie, Pirandello. Ora però arrivederci, noi andiamo per la nostra strada!”.

Del resto la Letteratura è una cosa mentre il Cinema è un’altra, ossia è un meccanismo audiovisivo. Quindi sappiamo che “tradiremo” moltissimo Pirandello ma siamo sicuri che se lui potesse venire a vedere il film, lo capirebbe e ci darebbe ragione. O almeno lo spero!

 

E il film quali emozioni suscita?
Questo lo deve dire il pubblico. Io so solo che la storia grottesca delle ceneri di Pirandello è incredibile perché si potrebbe pensare che anche morendo ha partorito qualcosa di teatrale e di straordinario.

Le faccio un esempio: quando il personaggio interpretato da Ferracane perde sul treno la cassa con dentro l’urna e poi la ritrova usata come tavolo per giocare a carte da alcuni uomini e loro gli dicono di stare giocando a “Tre sette con il morto”, ecco sembra una battuta del copione invece andò esattamente così. Credo che nemmeno la fantasia di Pirandello potesse arrivare a immaginare una cosa del genere. Poi c’è l’altra parte del film, quella a colori.

Venti giorni prima di morire, scrisse Il Chiodo e per la prima volta mise del tragico in una sua novella. In tutte le precedenti c’era sempre il grottesco che aiutava a distogliere dal dolore rappresentato. Invece Il chiodo è solo e soltanto dolore.

Però in questo film ho voluto aggiungere una cosa all’inizio e alla fine: volevo che il pubblico ricordasse che questo è uno spettacolo perché Pirandello faceva Teatro.

In questo senso, con un’apertura e una chiusura del genere, non volevo fare cinema, volevo semplicemente rievocare Pirandello e il suo Teatro di cui è stato un così grande protagonista.

 

E lo fa con uno degli attori italiani più bravi, ossia Fabrizio Ferracane, che ha tra l’altro una grande intensità teatrale, cosa abbastanza rara.

Sì è vero, è come dice lei, Fabrizio è un attore straordinario.

Per esempio prendiamo ancora una volta la scena del treno in cui perde la cassa e in cui chiede in maniera disperata a tutti quelli che sono sul convoglio se per caso l’hanno vista. Diciamo che in genere una scena come questa (che si svolge lungo un corridoio) si gira tutta in campo lungo e poi si fanno i primi piani. Bene in questo caso Fabrizio era talmente comunicativo che la prima volta che l'ha fatta mi sono commosso, cosa che non succede sempre. Mi sono detto “la macchina non si deve muovere, deve stare ferma”. Secondo me in questa scena lui è assolutamente straordinario.

 

Ferracane in effetti ci ha detto che si è sentito molto “amato” da lei sul set.

Anche questo è vero. Io gli suggerivo le cose e lui le migliorava sempre.

FABRIZIO FERRACANE

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Qual è stata l’emozione e la gioia di lavorare con il Maestro Paolo Taviani?

Io ho avuto la sensazione, soprattutto quando abbiamo girato la scena sul treno, di ricevere tanto amore dal Maestro, quasi fosse mio nonno! Ora non so se questa cosa la posso dire ma è stato davvero così. Era come se avessi al mio fianco mio nonno che mi portava, accompagnava, dirigeva e che mi spronava a non avere paura. Paolo mi dava le indicazioni e poi voleva che io facessi il mio. Era tutto molto semplice ma nella forza e nella potenza.

Un’altra cosa curiosa è che io non ho mai saputo che il film fosse in bianco e nero, o almeno la parte che mi riguardava, però mentre giravamo avevo la netta sensazione che tutto si svolgesse come “a quei tempi che stavamo raccontando”. Avevo la netta sensazione di far parte di un film come lo si faceva prima, sentivo di essere dentro a un meccanismo speciale. Paolo Taviani è qualcuno di enorme, ho davvero avvertito il suo calore e ne sarò per sempre grato.

 

Lei interpreta il messo comunale di Agrigento che ha il compito di riportare da Roma alla Sicilia le ceneri di Luigi Pirandello e lo interpreta con grazia, dignità e un amore rispettoso che mi hanno molto colpita.

Credo sia vero, grazie. Poi ripensandoci ho anche notato una sorta di parallelismo tra il personaggio che interpreto e il fatto che Paolo Taviani abbia chiamato proprio me per affidarmi questo ruolo. Ci vedo un percorso comune tra lui e me perché all’inizio (come me) anche questo messo comunale è un pò timoroso perché sente la responsabilità e l’attesa febbrile dei suoi concittadini di Agrigento attorno a queste ceneri (cosa tra l’altro ai tempi voluta da alcuni letterati come Camilleri che andarono dal sindaco della città per chiedere proprio di riportarle).

Per questo l’uomo è quasi sopraffatto dalla responsabilità, cosa che si vede molto bene nella scena al Cimitero di Roma quando teme che l’urna possa rompersi nel farla uscire dal loculo. Poi però man mano che il viaggio incomincia, lo vediamo prendere sempre più in sicurezza. Con lui, soprattutto sul treno, è come se viaggiasse contemporaneamente un mondo surreale al suo fianco, chi dorme, chi gioca a carte, chi fa l’amore. Però quando non trova più le ceneri e si mette a cercarle, lo fa con concretezza, con energia, quasi con vigore. Oggi ovviamente un viaggio del genere sarebbe impensabile. Se dovessimo spostare le ceneri di un Premio Nobel ci sarebbero polizia, elicotteri, scorte ovunque!

Insomma quel singolo uomo ebbe nella realtà una enorme responsabilità.

E se posso permettermi il parallelismo con me, sta nel fatto che Paolo mi abbia dato questa enorme responsabilità e privilegio di un ruolo del genere in cui ho dovuto mettere in gioco la mia arte perché quando lavoro parto sempre dall’emozione, cioè dal provare a emozionarmi e dal saperla trasmettere agli altri.

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