I 25 anni di Trainspotting, il film che cambiò le regole del cinema britannico

Cinema

Giuseppe Pastore

Il 23 febbraio 1996 usciva nel Regno Unito il film che avrebbe cambiato l'immagine internazionale del Paese: lanciò Ewan McGregor, sfondò anche grazie a una colonna sonora memorabile, ed è ancora oggi uno dei film più riusciti e realistici sulla tossicodipendenza

Insieme a Pulp Fiction, Il Grande Lebowski e Strade Perdute di David Lynch, Trainspotting è uno dei film che in assoluto definisce gli anni Novanta sul grande schermo: detta il ritmo, l'atmosfera, il mood, e insieme ad almeno un paio di pop-band cambia completamente la percezione un po' polverosa e stantia che il resto del continente aveva del Regno Unito. Usciva in Inghilterra il 23 febbraio 1996, incastonato quasi nell'esatto centro del decennio, sulla scia dello straordinario successo dell'omonimo romanzo d'esordio di Irvine Welsh, testo provocatorio fino al midollo che sollevava infinite questioni morali ed estetiche prima ancora che cinematografiche. Come disse il regista Danny Boyle, “quel libro fu uno shock perché supponeva che anche chi faceva uso di eroina si poteva divertire. Vogliono farti credere che solo gli sciocchi siano tossicodipendenti, ma non è assolutamente così! Piaccia o no, c’è un aspetto delle droghe che ti fa sentire al massimo, ecco perché ci sarà sempre qualcuno che continuerà a farsi”.

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Da qui all'accusa (pretestuosa e del tutto immotivata) di essere un film che incitava le giovani generazioni al consumo di eroina fu un attimo, ma – con un certo cinismo – possiamo sostenere che anche questo contribuì al grande successo di Trainspotting, il primo film a sdoganare un cinema britannico lontanissimo dai lavori eleganti e di maniera in stile James Ivory che avevano contraddistinto il decennio precedente, da Camera con vista a Quel che resta del giorno. Solo i Monty Python erano riusciti a coltivare un'ironia dissacrante che si prendesse gioco di tutto il Regno, e forse solo Ken Loach aveva avuto il coraggio di dipingere la realtà in maniera così cruda, ma il 39enne Boyle ci aggiunse un tocco di poesia, surrealismo ed estetica pop perfettamente contemporanea, schivando però il pericolo del compiacimento, sempre in agguato in un film che – sia pure divertente – non manca di risvolti drammatici o addirittura tragici.

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Il trainspotting – letteralmente “guardare i treni” - è uno dei non entusiasmanti passatempi (con evidente sottotesto metaforico) del gruppo di amici che si trascinano nelle noiose giornate di Edimburgo, capitanato da Mark Renton (Ewan McGregor), il più sveglio e intraprendente della compagnia, sia pur eroinomane abituale. Insieme a lui il dandy Sick Boy (Jonny Lee Miller), grande fan di Sean Connery; il goffo Spud (Ewen Bremner); l'onesto Tommy (Kevin McKidd), fidanzato con Lizzy; l'alcolizzato Begbie (Robert Carlyle) che, pur ammonendo continuamente gli altri sui pericoli dell'eroina, si rivela non meno violento e inaffidabile, infatti è appassionato di risse da pub (secondo Carlyle il personaggio di Begbie nasconde una latente omosessualità, interpretazione condivisa dallo stesso Irvine Welsh). 

La star

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Trainspotting accese nel firmamento hollywoodiano la stella del 24enne scozzese Ewan McGregor, che dimostrò nel decennio successivo di saper passare con disinvoltura dalla fantascienza di Star Wars al musical rétro come Moulin Rouge! e si impose come uno degli attori più versatili al mondo. Insieme a lui la debuttante Kelly MacDonald, 19enne di Glasgow attesa a una carriera di successo tra Altman, fratelli Coen e Harry Potter (recita nella seconda parte di Harry Potter e i Doni della Morte). Magrissimo, impegnato in scene faticose come quelle del “peggior bagno di Scozia” o della crisi d'astinenza che mettono a dura prova i nervi e lo stomaco di chi le guarda: Trainspotting rimane uno dei vertici della carriera di McGregor. Questo celebre monologo sugli scozzesi resta particolarmente efficace anche nella versione doppiata.

Il monologo

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È rimasto celebre anche il sarcastico monologo d'apertura recitato dalla voce fuori campo di Mark, che invita i benpensanti a seguire lo stile di vita più rassicurante e convenzionale che ci sia mentre è inseguito dagli sbirri dopo un furto commesso in un supermercato insieme a Spud, scena per cui Boyle si ispirò al videoclip di Sabotage dei Beastie Boys diretto da Spike Jonze. “Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia”: questi tre minuti fissano il tono di pesante satira sociale del film, talmente bruciante da essere stata fraintesa, anche grazie (o a causa) di un montaggio incalzante e da musiche accattivanti a cominciare dalla celebre Lust for Life di Iggy Pop.

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Una delle carte vincenti di Trainspotting è la colonna sonora, da grandi classici del rock come Perfect Day di Lou Reed (che accompagna la sequenza dell'overdose di Mark, una delle scene più drammatiche e meglio riuscite del film) a hit anni '80 come Temptation dei New Order, che ricorre – cantata da Dianne – sotto forma di allucinazione di Mark in crisi d'astinenza. E come si dice in questi casi, “c'è anche un po' d'Italia”: precisamente in Think about the way di Ice MC, il pezzo di sottofondo delle scene girate a Londra, cantato dalla spezzina Alessia Aquilani molto più famosa come Alexia, regina della dance europea a metà degli anni Novanta. A completare il quadro mancavano solamente gli Oasis: ma – dice la leggenda – Noel Gallagher rifiutò l'offerta di Boyle, pensando che si trattasse di un film sui nerd (già, nello slang inglese il termine trainspotter si usa anche per riferirsi ai nerd).

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La sceneggiatura di Boyle e di John Hodge occhieggia ad alcuni grandi classici del cinema anni '80 e '90, da Almodovar alle violenze urbane di uno Scorsese (le provocazioni di Begbie sembrano studiate su quelle di Tommy-Joe Pesci in Quei bravi ragazzi). Il debito maggiore, tuttavia, è con Arancia meccanica, e non solo perché Mark somiglia davvero tanto ad Alex: alcune scelte di regia – per esempio la camera a mano nella scena dell'overdose o le inquadrature distorte del risveglio di Spud dopo la sbornia in discoteca – sembrano uscire direttamente dalla cinepresa di Stanley Kubrick.

La morale

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Quindi, qual è la morale? Non c'è: o meglio, non è quella che ci piacerebbe sentire. Presumendo che si sia davvero “ripulito”, Mark è comunque uno che frega i suoi cosiddetti amici (tranne uno) ed è persino responsabile del crollo di Tommy, iniziato con lo scherzo non così innocente dello scambio di videocassette. Un finale “di libertà” piuttosto amarognolo, finanche acido, scandito dall'ossessiva techno di Born Slippy che diventò il maggior successo nella discografia degli Underworld, gruppo britannico specializzato in musica elettronica techno-trance.

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