Blake Lively, risarcimento di 400.000 dollari in spese legali nel caso di Justin Baldoni
Spettacolo
Il giudice ha però riconosciuto all'attrice una cifra inferiore agli 8 milioni di dollari che lei aveva inizialmente richiesto nell'ambito della battaglia legale durata 18 mesi contro il regista e co-protagonista del film It Ends With Us - Siamo noi a dire basta
Il 26 agosto il giudice Lewis Liman ha riconosciuto a Blake Lively un risarcimento di circa 400.000 dollari per le spese legali che aveva sostenuto nella sua battaglia durata 18 mesi contro Justin Baldoni, regista e suo co-protagonista nel film It Ends With Us – Siamo noi a dire basta. La cifra, rispettivamente suddivisa in 363.245,40 dollari a titolo di spese legali e 44.206,35 dollari a titolo di spese processuali, risulta comunque di gran lunga inferiore agli 8 milioni di dollari invece inizialmente richiesti dall’attrice, che si sarebbero invece dovuti suddividere in 7,5 milioni di dollari di onorari legali e in altri 540.000 dollari di spese processuali.
la sentenza
Nella sua sentenza, il giudice ha stabilito che Lively ha diritto solo al rimborso delle spese “ragionevoli” che aveva sostenuto per difendersi nella causa per diffamazione. Ha inoltre stabilito che, sebbene le tariffe degli avvocati non fossero “irragionevoli”, date l’importanza della causa e la complessità delle questioni, “il numero di ore per cui Lively chiede il rimborso è irragionevole”. Liman ha aggiunto che la documentazione era incompleta: “Lively ha presentato la dichiarazione di un presunto esperto in onorari legali che ha esaminato i registri di fatturazione [...] Lively non ha presentato le fatture stesse”. L’avvocato di Baldoni, Bryan Freedman, ha fatto notare che l'attrice ha ottenuto solo il 5% di quanto aveva richiesto. "La sentenza rappresenta un'importante vittoria per i miei clienti e invia un messaggio chiaro: non importa quanto si possa essere potenti, l’aula di tribunale non è il luogo adatto per abusare della legge a proprio vantaggio personale", ha dichiarato. Esra Hudson e Michael Gottlieb, avvocati di Lively, hanno invece espresso un’opinione diversa, sostenendo che l’esito dimostrerebbe piuttosto “che intentare cause ritorsive ha delle conseguenze reali”. Hanno aggiunto: “Come abbiamo affermato fin dal primo giorno, il caso di Blake Lively non ha mai riguardato il denaro, bensì la necessità di accertare le responsabilità. Ha sollevato il velo per altre vittime e ha creato un precedente, incoraggiando altre persone a farsi avanti e a denunciare comportamenti simili. Questo risultato dimostra che il sistema legale non è così facilmente manipolabile come i social media e continua a essere una forza in grado di garantire la giustizia”.
IL CASO
Il caso era scoppiato alla fine del 2024, quando online molti utenti avevano notato che Justin Baldoni aveva promosso il film It Ends With Us - Siamo noi a dire basta senza il resto del cast. Nel dicembre 2024, Blake Lively aveva poi accusato il regista e attore di molestie sessuali e di diffamazione. Nello specifico, in riferimento alla prima accusa, l’attrice aveva sostenuto che Baldoni l'avesse baciata senza preavviso durante le riprese, le avesse parlato della propria vita sessuale e fosse entrato senza permesso con il produttore Jamey Heath nella roulotte dove si stava preparando mentre era svestita e stava allattando. In sostanza, secondo lei, Baldoni e la sua società di produzione Wayfarer Studios avrebbero creato un ambiente di lavoro tossico e discriminante nei confronti delle donne. Riguardo alla seconda accusa, invece, Lively aveva sostenuto che Baldoni avesse organizzato una campagna per rovinare la sua reputazione. Negli stessi giorni, il quotidiano New York Times aveva pubblicato un articolo nel quale aveva ricostruito le presunte strategie che il regista e attore avrebbe utilizzato per mettere in cattiva luce l’attrice, a partire dall’assunzione della consulente di comunicazione Megan Nathan (che in passato aveva lavorato anche con Johnny Depp durante il processo contro l’ex moglie Amber Heard) con l’obiettivo di influenzare la percezione pubblica del caso. Secondo la ricostruzione, Baldoni avrebbe tentato così di screditare Lively. Nel corso della vicenda, Baldoni aveva sempre negato tutte le accuse. Innanzitutto, aveva fatto a sua volta una causa da 400 milioni di dollari contro l’attrice, che aveva accusato di diffamazione e di aver cercato di ottenere il controllo creativo del film minacciando di abbandonarlo se non avesse ottenuto ciò che voleva. Secondo lui, l’attrice avrebbe coinvolto anche l’amica Taylor Swift per spingerlo ad accettare la riscrittura di una scena chiave. Nel giugno 2025, un giudice aveva poi respinto la causa di Baldoni. In secondo luogo, il regista e attore aveva anche citato in giudizio il New York Times per diffamazione con riguardo all’articolo che aveva rivelato l’iniziale denuncia di molestie da parte di Lively, ma la causa era stata infine archiviata. Nell’aprile 2026, un giudice federale della California aveva poi respinto 10 delle 13 accuse di Lively a Baldoni per molestie sessuali e diffamazione e ne aveva accolte solo tre minori sul reato di ritorsione sul lavoro e di violazione contrattuale, in merito alle quali era stata però accusata la sola società di produzione di Baldoni. Il giudice aveva comunque specificato di aver archiviato le accuse di molestie per questioni procedurali, e non per aver avuto le prove che Baldoni non avesse commesso alcun illecito. Nel maggio 2026, le parti avevano infine raggiunto un accordo extragiudiziale, che aveva così evitato l’inizio del processo previsto entro la fine dello stesso mese, ma che allo stesso tempo aveva ancora lasciato da definire la sola questione delle spese legali.