The Boxer, Abel Ferrara e Solange Smith leggono le poesie di Gabriele Tinti
Spettacolo ©Getty
Tra busti di gesso e un dipinto sacro immerso nell’ombra, alla galleria Voena di Milano Abel Ferrara e Solange Smith hanno letto The Boxer, i testi di Gabriele Tinti ispirati al celebre Pugile a riposo conservato a Palazzo Massimo. Un reading antispettacolare e quasi rituale, dove la boxe diventa metafora della resistenza umana, del sangue, del dolore e di quella “malattia di infinito” che ci tiene vivi
Duemila anni fa qualcuno ha voltato il capo verso qualcosa che non sappiamo nominare. Il 22 maggio alla galleri Voena di via della Spiga, qualcuno ha provato a dirlo ad alta voce. Busti di gesso bianchi come arbitri, un'immagine sacra che respirava nell’ombra, tre persone in nero. Gabriele Tinti, Solange Smith, Abel Ferrara. Niente allestimento, niente scena. Solo questo.
Gabriele Tinti, Solange Smith, Abel Ferrara. La fotografia dello scatto li fissa così: composti, quasi ieratici, con quella tensione trattenuta di chi sa che sta per accadere qualcosa che non si può ripetere. Ferrara con la sua faccia da romanzo di Denis Johnson, vissuta, scavata, bellissima nel senso in cui sono belle le cose che non hanno risparmiato niente. Smith con la compostezza ferma di chi abita il quadro senza doverlo rivendicare. E dietro di loro, il dipinto. Testimone muto. Giudice senza verdetto.
Il pugile riemerso da Roma
Per capire The Boxer bisogna scendere. Letteralmente: a più di venti metri sotto il selciato di via Venti Settembre, quella che porta a Piazza Venezia, negli anni Ottanta dell’Ottocento emerse uno dei bronzi originali più straordinari sopravvissuti dall’antichità. Il Pugile a riposo, oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo — uno dei pochi bronzi antichi rimasti al mondo, insieme ai Bronzi di Riace, al Satiro danzante di Mazara, alla Vittoria Alata di Brescia. Pochissimi, perché il bronzo si rifonde, si ricicla, scompare. Questo è rimasto.
Un atleta seduto. Le orecchie cauliflower deformate dai colpi, il volto tumefatto, le mani ancora fasciate. Ma la cosa più potente — come ha detto Tinti nel suo intervento — è il gesto: il voltare il capo verso qualcosa che non vediamo. Non sappiamo chi lo abbia scolpito. Non sappiamo chi rappresenti. Non sappiamo nemmeno con certezza quando sia stato fatto. Sappiamo però che veniva venerato: i piedi della scultura mostrano una consunzione che tradisce secoli di mani che la sfioravano, come se il pugile prendesse su di sé il dolore del mondo e in qualche modo lo restituisse trasformato. Un capro espiatorio di bronzo. E gli occhi vuoti — le iridi in pasta di vetro e osso sono andate perdute, unica cosa che il tempo non ha risparmiato — aggiungono una vertigine ulteriore. Quello sguardo assente che guarda ovunque, o forse da nessuna parte. O forse, come suggeriva Stéphane Berger già qualche anno fa a Brescia mettendo in relazione il pugile con la Vittoria Alata, forse guarda proprio lei, in attesa di essere incoronato da una gloria che è alata perché è destinata a fuggire.
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La boxe come metafora dell’infinito
Tinti lavora su questa figura da oltre quindici anni. Nel tempo i suoi versi sono stati letti da Burt Young, Kevin Spacey, Robert Davi, Franco Nero — e un verso tratto da questi testi ha dato il titolo alla mostra Strike Fast, Dance Lightly alla FLAG Art Foundation di New York, con opere di Bellows, Hopper, Ruscha. I brani letti quella sera sono tratti da The Boxer, pubblicato in italiano e inglese da Eris Press di New York e distribuito dalla Columbia University Press — un volume che raccoglie poesie e brevi testi in prosa composti a partire dal 2009. Non è un progetto, è una lunga storia d’amore, come lui stesso dice: con alti e bassi, con testi scritti nel 2009 e testi scritti l’anno scorso, messi insieme come un libretto teatrale per una sola voce, senza scena, senza effetti. Antispettacolare. Parola che torna sempre quando Tinti parla di quello che fa, con la soddisfazione quasi ostinata di chi ha scelto la difficoltà giusta.
Nell’intervento che ha aperto la serata ha citato Sofocle e Heidegger — il deinon del Coro dell’Antigone, il terribile e il meraviglioso che convivono nella stessa parola greca, e il concetto heideggeriano di Unheimlich, l’alienato, colui che non è mai a posto. «Noi uomini non siamo mai a posto, non ci sentiamo a casa», ha detto. E in quel voltare il capo del pugile — quel gesto controgravità, quel collo che si torce verso l’alto mentre il corpo pesa come piombo — ha visto la cifra esatta di quella che chiama la malattia di infinito. La spinta verso qualcosa che non sappiamo nominare. Il conatus spinoziano vestito di himantes, le bende di cuoio dei pugili greci. La poesia come resistenza alle forze che ci trascendono. La boxe come sua metafora perfetta, nobile arte — Walter Pater dixit — al pari della musica e della letteratura.
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Solange e il tic-tac
Solange Smith ha letto con una qualità rara: quella di chi abita il testo senza divorarlo. La sua voce ha scandito il ritmo ossessivo che percorre i versi di Tinti come un metronomo — tick-tock, tick-tock — il tempo del pugile, i dodici round, i tre minuti, il conto che non perdona distrazioni. «It’s all over, how many fingers do you see? / I free my mind, can you see my hand?» — e già in questi versi d’apertura c’è il paradosso del pugilato come esercizio spirituale: concentrazione totale che è insieme presenza assoluta e perdita di sé. La bocca che sa di ruggine, di terra, di saliva. Il desiderio impossibile di avere la pelle di pietra, come quell’antica rovina che lentamente erode. L’angolo come tomba e come casa, nello stesso respiro.
Il corpo di Smith era immobile eppure attraversato da una tensione interna, come chi stia trattenendo qualcosa di grosso con il minimo sforzo visibile. Non recitava, custodiva.
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Abel Ferrara e il sangue
Abel Ferrara è un’altra storia, e un’altra materia. Il regista di Driller Killer, di Ms. 45, di The Addiction, di Mary. di Il cattivo tenente, uno dei cineasti americani più radicali della sua generazione, da anni trapiantato a Roma con quella stessa qualità di presenza trasparente e irriducibile che aveva da giovane a New York — ha portato alla lettura qualcosa di fisico, quasi corporeo. Una ruvida urgenza urbana. «I cross the limit. I no longer feel anything, but I see his grimace. It’s a grimace of pain». Le parole di Tinti nella sua voce diventano altro: non solo poesia, quasi referto. Cronaca di un corpo che continua oltre il punto in cui dovrebbe fermarsi. «Everything’s good. It’s only blood» — e in quella frase c’è qualcosa che potrebbe stare tanto in un ring quanto in molti dei suoi film, dove il corpo è sempre il luogo dell’unica verità che non può essere falsificata, corretta, reindirizzata.
Ferrara ha interagito con il testo in modo vivo, quasi diretto — fermandosi, riprendendo, assicurandosi di portare con sé chi ascoltava. Un approccio anti-accademico e carnale, perfettamente coerente con l’idea di Tinti di una poesia che non si erge su un piedistallo ma si mescola con la vita, con il sangue, con il fiato corto.
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C’è qualcosa di notturno che non dipende dall’ora in uno spazio come la Robilant+Voena: quei busti di gesso bianchi che emergono dal silenzio come presenze, l’affresco sul fondo che assorbe la luce invece di rifletterla, l’aria ferma di chi ha già visto passare troppo. Il pugile ellenistico evocato a parole in un palazzo meneghino, e la sensazione precisa che le sculture stessero ascoltando.
Eppure funziona, e funziona bene. Perché Tinti sa che la poesia non ha bisogno di contesti consacrati — ha bisogno di un corpo che la dica e di un altro corpo che ascolti. Ferrara e Smith incarnano esattamente questo: non portano il testo verso lo spettacolo, lo portano verso qualcosa di più essenziale. Una voce. Un ring invisibile. Sangue che non si vede ma si sente.
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Un uomo, non un eroe
Alla fine, quello che resta — e Tinti lo sa, lo scrive da quindici anni — non è la gloria, non è la vittoria. È un uomo. Segnato, ferito, svuotato. «Più si è feriti, più si è grandi. E più si è vuoti»: la frase più onesta del libro, e forse la più onesta di questa serata. Tre persone in nero in una galleria d’arte milanese, un bronzo antico evocato a parole, e quella domanda radicale che il pugilato porta con sé da sempre — cosa può un corpo, fino a dove può arrivare una mente — che risuona ancora, lenta, nell’aria ferma di via della Spiga.
Il pugile volge il capo verso qualcosa che non vediamo. Lo fa da duemila anni. Continuerà a farlo.