Amleto arriva a Roma, Luca Ariano trasforma Shakespeare in uno spettacolo immersivo
Spettacolo Foto di Manuela Giusto
Dopo Riccardo III e Macbeth, Luca Ariano chiude la sua “Trilogia del potere” con l’anteprima nazionale di Amleto, opera immersiva in scena agli Studi Cine Lab di Roma. Nella sua scatola teatrale torna Pietro Faiella — insieme a Lorenzo Parrotto e Roberto Baldassari — a dare corpo a un principe che non vuole il potere e proprio per questo ne viene divorato. Dal 23 maggio al 7 giugno: sessanta spettatori per volta, in uno spazio dove il teatro annulla ogni distanza
Amleto di Luca Ariano, la scatola è ancora lì
Diciamocelo subito: Luca Ariano ha costruito una macchina del tempo. Non nel senso di H.G. Wells, non nel senso del Back to the Future di Zemeckis. Nel senso che entra in quella scatola — 10 per 20 metri, alta 6 — e il tempo si inceppa, si riavvolge, ti esplode in faccia come un'oliva in un Martini molto agitato. Come diceva Italo Calvino, «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». E cosa c'è di più classico, più inattuale in quanto eterno, di William Shakespeare?
Prima è arrivato Riccardo III — il mostro abbagliante, il demiurgo cattivo, la volontà di potenza fatta carne claudicante e deforme. Poi Macbeth — il sonno assassinato, il cervello che schizza, il potere come tarlo che scava dall'interno. Ora, negli Studi Cine Lab di Roma, via Dalmine 140, dal 23 maggio al 7 giugno, tocca ad Amleto. Terzo e ultimo atto. Sipario sulla trilogia.
«Si è liberi soltanto nelle limitazioni», scriveva Rainer Maria Fassbinder. E in quella scatola — platea, palco e scenografia in uno — la libertà e la prigionia coincidono. Sessanta spettatori per volta. Nessun palco. Nessuna quarta parete. Solo la scena che ti respira addosso.
Essere o non essere? Qui è una domanda sbagliata
Dimenticate il principe pensoso delle antologie scolastiche. Dimenticate Laurence Olivier con il ciuffo biondo e lo sguardo da cervo ferito. L'Amleto di Ariano è tutt'altra faccenda. «Questa non è la storia di un eroe, di un principe deciso, di un indomabile guerriero». È la storia di un'anima frammentata, di un uomo che il potere non lo vuole — e proprio per questo ne viene divorato. Perché il potere, in questo terzo capitolo della trilogia, non si conquista e non si desidera: invade, ingloba, consuma.
Dove Riccardo III bramava il trono con la ferocia di una bestia affamata, e Macbeth vi si arrampicava bruciato dall'ambizione di Lady e dalla propria paranoia, Amleto lo subisce. È un meccanismo estraneo, alieno, che piomba su di lui dall'esterno — il fantasma del padre, la verità indicibile, il dovere della vendetta — e lo sfarina dall'interno.
Tre forze in attrito permanente: il dovere della vendetta, la pulsione alla fuga, la fragilità permeabile che diventa campo di battaglia. Essere o non essere non è più una domanda retorica. È un referto medico.
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Amleto si fa in tre
Dopo aver incantato come Macbeth e bruciato come Riccardo III — in performance che hanno lasciato il segno nella memoria di chi era presente — Pietro Faiella torna. Ma questa volta è moltiplicato. Amleto, in questa produzione, è interpretato da tre attori: Faiella insieme a Lorenzo Parrotto e Roberto Baldassari. Non è una trovata formale, non è un esercizio di stile. È necessità drammaturgica. Le tre istanze emotive del personaggio prendono corpo, voce, fisicità distinte. Tre frammenti di uno stesso specchio rotto.
Non interpreta Amleto: lo evoca, lo frammenta, lo fa materia viva e molteplice. Come il nome che rispose a Gesù nel Vangelo di Marco: «Il mio nome è Legione, perché noi siamo molti». La traduzione e l'adattamento del testo sono firmati dallo stesso Faiella, a conferma di un sodalizio con Ariano che ormai trascende la semplice collaborazione attoriale.
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La scena che respira
Nelle regie di Ariano nulla è lasciato al caso. La scena e il fuori scena convivono: tutto è racconto, ritmo, odore. La scenografia — firmata dallo stesso Ariano con Alessandra Solimene — non illustra, non decora: partecipa. I costumi di Elisa Leclè, già fulminanti nel Riccardo III tra arcano e futuribile, tra l'Inghilterra del Quattrocento e le lande desertiche di Arrakis, qui si fanno più intimi, più laceri. Se là erano armature, qui sono pelle.
Il disegno luci è di Nicola De Santis — che nello spettacolo interpreta anche Orazio — in una sovrapposizione di ruoli che sintetizza perfettamente il metodo Ariano: l'attore è al tempo stesso interprete e meccanismo della scena. I movimenti sono di Sarah Silvagni. Le ombre, ovunque.
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Il coro degli specchi
Intorno alla triade amletica, il cast collaudato di questi anni di trincea shakespeariana. Liliana Massari è Gertrude — già roccia spezzata come duchessa di York nel Riccardo III, già memoria viva che resiste nel dolore. Lucia Fiocco — già Lady Macbeth tagliente e umanissima, già Lady Anna Neville di sfolgorante intensità — è qui Laerte, in un rovesciamento di genere che non sorprende chi conosce il lavoro di questa compagnia.
Roberta Azzarone è Ofelia. Luca Di Capua è Polonio. Alessandro Moser è Claudio. Nicola De Santis è Orazio. Romina Delmonte, che è anche responsabile della produzione, è parte integrante di questo organismo scenico che nel tempo ha costruito una lingua comune, un codice condiviso, una fiducia reciproca che si sente — fisicamente si sente — nello spazio della scatola.
Non un cast. Un sistema nervoso.
«Buonanotte, dolce principe»
Per citare il regista Samuel Fuller: «La vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico». L'Amleto di Ariano è bianco e nero. È analogico, volutamente analogico, in un'epoca di effetti speciali e proiezioni digitali. È la storia di un uomo che ha il coraggio di proclamarsi vinto. E noi spettatori — attoniti, turbati, smarriti come già ci capitava nel perpetuo inverno dekkos contento di Riccardo — non possiamo che sospendere ogni giudizio.
E di fronte a quel corpo dilaniato, sussurrare con Orazio le ultime parole: «Buonanotte dolce principe, gli angeli ti accompagnino al tuo riposo».
La trilogia del potere si chiude così. Non con un trionfo. Non con una morale. Con una buonanotte. Fragile, universale, irrevocabile. Come le cose che contano davvero. Come il teatro autentico — quello che ti sveglia dal torpore, che non ti lascia dormire — quello che, come il Macbeth di Ariano, ha ucciso il sonno. E il suo Amleto pure.
Amleto di William Shakespeare, regia di Luca Ariano. Dal 23 maggio al 7 giugno 2026, ore 20.30 (domenica ore 16.00). Studio Cine Lab, via Dalmine 140, Roma. Prenotazioni: https://pupx.it/pfe70ee