Tommaso Basili tra The Beauty e Colpa dei Sensi: "Ogni personaggio è una ricostruzione"
Spettacolo ©.Erica Fava
Da The Beauty, serie sci-fi body horror ideata da Ryan Murphy, alla nuova fiction Mediaset Colpa dei Sensi. Tommaso Basili racconta due modelli opposti di serialità, il lavoro sul carisma e sui personaggi di potere, il passaggio tra produzioni internazionali e televisione italiana. Un dialogo sul mestiere dell’attore, tra controllo, tempo e spazio, e su una recitazione intesa come costruzione consapevole, insieme a una dichiarata passione per il cinema di Ettore Scola.
Due serie, due mondi, due idee opposte di racconto.
In queste settimane Tommaso Basili attraversa territori molto diversi della serialità contemporanea: da The Beauty, ambiziosa e disturbante serie sci-fi body horror ideata da Ryan Murphy, a Colpa dei Sensi, nuova fiction Mediaset diretta da Simona e Ricky Tognazzi.
The Beauty – 11 episodi – punta tutto su atmosfera, suggestioni visive e un’idea ad alto concetto destinata a far discutere. La serie, prodotta da FX, è arirvata su Disney+ Italy dal 22 gennaio e si inserisce nel solco di un immaginario elegante e perturbante che Murphy ha costruito nel tempo con titoli come Nip/Tuck, Glee e soprattutto American Horror Story.
Dal 30 gennaio 2026, invece, su Canale 5 debutta Colpa dei Sensi, coproduzione RTI – Compagnia Leone Cinematografica, scritta da Simona Izzo, Ricky Tognazzi, Graziano Diana e Matteo Bondioli. Al centro del racconto, la vita apparentemente stabile dei coniugi Laura (Anna Safroncik) ed Enrico (Tommaso Basili), sconvolta dal ritorno ad Ancona di Davide (Gabriel Garko), ex fidanzato di Laura e miglior amico di Enrico. Un passato irrisolto, segnato da un delitto familiare mai del tutto chiarito, riemerge e mette in crisi equilibri personali e morali.
Basili interpreta Enrico Tebaldi, primogenito di tre fratelli e punto di riferimento degli affari di famiglia: un uomo ambizioso, profondamente legato al territorio, che vive il lavoro come una missione personale e come eredità morale del padre scomparso.
Nel corso dell’intervista, l’attore ripercorre anche le tappe centrali del suo percorso: dagli esordi in 1993 e Diavoli, al cinema internazionale con Ferrari di Michael Mann, dove ha interpretato Gianni Agnelli, fino ai ruoli storici di grande carisma come Diocleziano in Martin Scorsese’s Presents: The Saints e Costantino XI in L’Impero Ottomano (Rise of Empires: Ottoman).
Un dialogo che attraversa generi, linguaggi e sistemi produttivi diversi, e che restituisce il ritratto di un attore per cui ogni personaggio è una nuova ricostruzione, sempre in bilico tra controllo, ambizione e fragilità.
Intervista a Tommaso Basili
Partiamo dall’attualità. Sei in The Beauty e dal 30 gennaio su Canale 5 con Colpa dei Sensi. Cosa puoi raccontarci di queste due esperienze, senza spoilerare?
Ovviamente, come potrai vedere, in The Beauty la mia presenza è piuttosto limitata, quindi non si possono davvero comparare un lavoro di quasi quattro mesi consecutivi con quello che ho fatto a Venezia. Sono due tipologie di set molto diverse, due modi di concepire l’audiovisivo completamente differenti.
Non si tratta di recitare bene o recitare male – anche se quello resta il punto centrale – ma di recitare per una determinata scrittura e per una precisa tipologia di racconto. Parliamo di due mondi opposti: Ryan Murphy è barocco, esplosivo, provocatore, chiaramente ama spingersi oltre. Colpa dei Sensi invece è più tradizionale nel suo modo di raccontarsi, più classico nella struttura.
Hai sentito subito il “fuoco sacro” della recitazione o è stato un percorso maturato nel tempo?
Vuoi la risposta onesta?
È stata una strada lunga. Ho fatto un giro piuttosto largo prima di intraprendere questa professione. Per me non è solo un lavoro, è più un percorso di vita.
Mi ci sono avvicinato relativamente tardi rispetto ad altri. È qualcosa che ho sempre voluto fare, ma non mi sono mai dato davvero il permesso di tentare. Per me tentare significava studiare seriamente: come dire “voglio fare il pianista” e poi andare in conservatorio per capire se riesci a mettere due note una accanto all’altra.
Da ragazzo, a 15-16 anni, avevo passioni diverse: il canto, l’archeologia, la recitazione. Non riuscivo a metterle in fila. Nei miei vent’anni mi sono un po’ perso: ho studiato Scienze della comunicazione, ho viaggiato. Poi, arrivato alla fine dei vent’anni, ho deciso almeno di studiare e capire se avessi una reale affinità con questo mestiere.
Non è solo questione di saperlo fare o meno: a un certo punto devi buttarti nel mercato e vedere cosa succede. Mi sono approcciato tardi, in punta di piedi, ma con grande determinazione.
Uno dei tuoi primi lavori è stato 1993. Che ricordo hai di quell’esperienza?
Sono passati dieci anni. È stato il mio battesimo.
Ricordo benissimo l’arrivo agli studi di via Tiburtina, dove girammo la mia scena: per me significava passare davvero dalla teoria alla pratica.
Fino a quel momento avevo fatto spot pubblicitari – anche perché dovevo mantenermi mentre studiavo – ma lì si usciva dall’aula, dalla “palestra per attori” che avevo frequentato sia a Milano che negli Stati Uniti, per entrare davvero in un set.
Era poco più di un cameo, ma per me ha avuto un’importanza enorme: era il primo vero contatto con il lavoro sul campo.
Poi sono arrivate serie come Diavoli e il cinema internazionale, fino a Ferrari, dove interpreti Gianni Agnelli. Come hai costruito un personaggio così iconico?
Quando mi arrivò il provino, avevo pochissimi giorni per fare il self-tape. Io non sono uno di quegli attori capaci di replicare perfettamente una figura reale; quindi, decisi di fare una mia versione dell’Avvocato, in modo istintivo, senza pensarci troppo.
Dopo un mese, arrivò la convocazione diretta di Michael Mann. A quel punto ho iniziato a studiare tutto: ho visto il maggior numero possibile di filmati, concentrandomi non tanto su cosa dicesse Agnelli, ma su come lo diceva.
I due punti chiave erano il rapporto con lo spazio e con il tempo. Agnelli dominava lo spazio in modo unico: credo che anche vedendo solo la sagoma di un uomo seduto su un divano a cento metri di distanza si potesse riconoscerlo. E dominava il tempo: nelle sue interviste non c’era mai esagitazione, sempre una calma assoluta, una cadenza quasi teatrale. Ho cercato di riportare tutto questo.
Il fatto che nel film Mann mi abbia fatto sedere è stato perfetto.
Hai interpretato anche figure storiche di grande carisma come Diocleziano e Costantino. Che ricordo hai dell’esperienza con Martin Scorsese Presents: The Saints?
È stata una grandissima avventura. Un ruolo importante, un vero antagonista. Abbiamo girato a Ouarzazate, nel deserto marocchino. Il giorno del mio arrivo, tre giorni prima delle riprese, il set prese fuoco. Nessuno si fece male, per fortuna.
Noi attori restammo una settimana in più in una sorta di resort in Marocco, e non ci dispiacque affatto. Scorsese non era fisicamente presente sul set, ma supervisionava tutto da remoto: a volte l’assistente alla regia girava con un iPad, con lui collegato in diretta.
Io adoro i film storici. Diocleziano è stato uno dei miei ruoli più importanti. Prima ancora avevo interpretato Costantino Paleologo in una serie Netflix girata in Turchia, incentrata sugli ultimi mesi dell’assedio di Costantinopoli del 1453. Era l’epilogo dell’Impero bizantino: ruoli che ti restano addosso.
Il tuo approccio cambia tra cinema e serialità, o tra Italia e Stati Uniti?
Ogni personaggio è diverso, ogni volta è una ricostruzione. Quando ottengo una parte sono felice per un quarto d’ora, poi penso subito di non esserne capace.
Non faccio distinzioni tra cinema e televisione: il mio approccio è sempre lo stesso. Cambia il linguaggio richiesto da ogni progetto. Magari lavori con Michael Mann o con Ryan Murphy, ma per me il set è sempre il set.
Tra Italia e Stati Uniti la differenza principale è organizzativa: noi italiani siamo bravissimi a inventare soluzioni all’ultimo momento. Nei set anglosassoni tutto è più pianificato, più didascalico. Io però mi diverto molto a recitare in inglese: non essendo la mia lingua madre, mi sento paradossalmente meno responsabile.
C’è un regista con cui ti sarebbe piaciuto lavorare?
Ettore Scola, senza esitazioni.
Per me rappresenta il cinema allo stato puro. È capace di raccontare l’ordinarietà in modo straordinario, con uno sguardo profondamente umano, romantico, politico. Una giornata particolare dovrebbe essere visto alle medie, poi alle superiori, poi all’università, in sala, in silenzio, senza cellulari. Questo è il cinema, questa è l’Italia.