Michael Mann firma il film su Enzo Ferrari con Adam Driver. La recensione
CinemaAdam Driver, Penelope Cruz, Shailene Woodley e Patrick Dempsey guidano un racconto immerso nell’estate del 1957, quando la casa automobilistica di Maranello attraversa uno dei momenti più delicati della sua storia. Tra crisi industriali, fratture coniugali, lutti privati e una passione assoluta per le corse, il film restituisce il ritratto di un uomo e di un’epoca in cui velocità e dolore correvano sulla stessa strada
«Ho trovato uomini che indubbiamente amavano come me l’automobile. Ma forse non ne ho trovati altri con la mia ostinazione, animati da questa passione dominante nella vita che a me ha tolto il tempo e il gusto per quasi ogni altra cosa. Io non ho alcun diverso interesse dalla macchina da corsa».
Queste parole riassumono tutta la filosofia di Enzo Ferrari. Ed è proprio questa magnifica ossessione che il film di Michael Mann, presentato in concorso all’80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, restituisce con forza e rigore. D’altronde si tratta di un progetto a cui il cineasta americano pensava già nei primi anni Novanta.
Dopo Collateral (2006), il regista di Heat torna quindi al Lido con un lungometraggio tratto dal libro Enzo Ferrari – The Man and the Machine. Il film si concentra però sul 1957, un anno cruciale per l’ex pilota e costruttore delle automobili più celebri al mondo. Ferrari è nelle sale cinematografiche italiane dal 14 dicembre.
Ferrari, la trama del flm
Già dai titoli di testa, con quelle immagini sgranate in bianco e nero di auto lanciate a tutta velocità, sulle note di una canzone d’epoca che evoca giungle, tigri e leoni, si intuisce come Ferrari sia una dichiarazione d’amore epica, spettacolare e appassionata al mondo affascinante e rischioso delle corse automobilistiche degli anni Cinquanta. Grazie anche ai costumi di Massimo Cantini Parrini — che ha firmato pure quelli di Comandante — e a un sound design da urlo, il film ci trasporta nella Modena del 1957.
La squadra di calcio della città va assai male. Ma la vita di Enzo Ferrari va pure peggio. L’azienda che dieci anni prima aveva creato dal nulla è in gravissima crisi. La Maserati, forte del talento di Jean “Jeannot” Behra, sembra invincibile. La Jaguar ha dominato le competizioni precedenti e moltiplicato le vendite. La Ferrari, invece, rischia la bancarotta.
Come se non bastasse, anche il matrimonio con la moglie Laura sta precipitando dopo la morte del loro unico figlio Dino — scomparso a causa della distrofia di Duchenne — e la scoperta dell’esistenza di Piero, il figlio avuto da una relazione extraconiugale con Lina Lardi. In cerca di riscatto, Enzo decide di puntare tutto su una gara di velocità che si disputa in Italia: la leggendaria Mille Miglia. Perché il “Drake”, come era soprannominato, non partecipa alle corse per vendere auto, ma vende automobili per partecipare alle corse.
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Non era affatto semplice interpretare l’Enzo Ferrari di quell’estate del 1957. I giornalisti dell’epoca paragonavano il patron di Maranello a Saturno che divora i suoi figli — i piloti — o lo bollavano come un “fabbricante di vedove”. Adam Driver vince la scommessa, risultando credibile nel dare corpo a un personaggio per il quale, citando Enzo Biagi, «esistevano solo il rumore delle sue macchine e il silenzio delle sue riflessioni. Non era un emiliano buontempone: era un uomo che viveva con se stesso e che si faceva ragionevole compagnia».
A tenergli testa è la sempre straordinaria Penelope Cruz, nel ruolo della moglie Laura Garello. Azzeccata anche la scelta di Shailene Woodley per la parte dell’amante Lina Lardi, così come quella di Patrick Dempsey nei panni del pilota Piero Taruff
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Da Parigi o Cara a Nel giardino del mio cuore
Dalla scena ambientata a teatro, durante la rappresentazione della Traviata, con i versi dell’aria Parigi o cara che sembrano riecheggiare la vicenda personale di Enzo Ferrari, alla ricostruzione del terrificante incidente avvenuto durante la Mille Miglia sulla Goitese, nei pressi di Guidizzolo — che costò la vita al pilota spagnolo Alfonso de Portago, al navigatore americano Edmund Gurner Nelson e a nove spettatori, cinque dei quali bambini — il film di Mann non lesina forti emozioni.
E alla fine della corsa si resta senza fiato. Felici per la vittoria, ma distrutti per la perdita. Come dice Gianni Agnelli (interpretato da Tommaso Basili) nel film: «Negli affari, ogni giorno è un nuovo giorno». Una massima che forse può essere adottata anche nella vita, al netto del dolore, dei lutti e delle tragedie. Magari aiutati dalle note di Nel giardino del mio cuore, la struggente canzone che accompagna i titoli di coda del lungometraggio.