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Dalle staminali orecchie stampate in 3D per bambini con malformazioni

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2' di lettura

Un team di ricercatori australiani è attualmente al lavoro per lo sviluppo e la sperimentazione della tecnologia. Le orecchie verranno prodotte grazie alla stampante 3D Alek, realizzata presso l’Università di Wollongong

I nuovi trattamenti impiegati in ambito medico insegnano che quando l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica cooperano tra loro i risultati possono essere sorprendenti.
È questo probabilmente il caso delle orecchie biostampate in 3D realizzate con cellule staminali, l’obiettivo a cui ambisce un team di ricercatori australiani.
In futuro potrebbero essere una valida alternativa alle complesse operazione chirurgiche spesso necessarie per trattare nei bambini le anomalie al padiglione auricolare.
Le orecchie biostampate verranno prodotte grazie alla stampante 3D Alek, realizzata all’Università di Wollongong. Presso l’ospedale Royal Prince Alfred di Sydney sono attualmente in corso una serie di sperimentazioni per testare il suo effettivo funzionamento.

Primi test e obiettivi

L’equipe di esperti australiani mira inizialmente a sviluppare orecchie da applicare sui piccoli con deformità congenite, quali la microtia. La loro applicazione potrebbe sostituire gli interventi chirurgici articolati che attualmente vengono utilizzati per trattare la malformazione.
Il primo step prevede la realizzazione del bioinchiostro da cartilagine scartata: per svilupparlo l’equipe coordinata dal professore Payal Mukheriee, esperto di otorinolaringoiatria del centro medico, utilizzerà delle cellule staminali prelevate da tessuti connettivi di sostegno già esistenti.
Una volta portato a termine il primo obiettivo, i ricercatori si augurano di riuscire a sviluppare la cartilagine auricolare partendo dalle cellule staminali del paziente. Il bioinchiostro ottenuto verrà successivamente utilizzato per stampare un orecchio ad hoc per il bambino con anomalie del padiglione auricolare.

Sperimentazioni su animali

Sono attualmente in corso delle sperimentazioni della tecnologia sugli animali. I ricercatori si augurano con la buona riuscita dei test di riuscire a rendere commerciabile la tecnologia entro due o tre anni.
“Sarà necessario assicurare la compatibilità e anche proteggere le cellule vive durante il processo di stampa”, spiega alla Abc il professore Gordon Wallace, direttore del Centro di eccellenza per l’elettromagnetica dell’Università.
Gli esperti, inoltre, dovranno assicurarsi che “le cellule siano nel giusto ambiente dopo la stampa per sviluppare il tipo di tessuto e le cellule che si desiderano”. 

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