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Mark Armstrong ricorda il padre e lo sbarco sulla Luna. VIDEO

Luna50, l'intervista a Mark Armstrong, figlio di Neil

3' di lettura

La passione per gli aerei fin da bambino, i nervi d'acciaio, l'affetto per la famiglia. Così il figlio del primo uomo a camminare sulla Luna ricorda il padre, "l'uomo oltre l'astronauta" e oltre l'immagine pubblica. VIDEO

"Credo che noi, la sua famiglia, volessimo che le persone conoscessero mio padre per com’era realmente, come lo conoscevo io". Così uno dei due figli di Neil Armstrong, Mark, racconta il primo uomo a camminare sulla Luna nella sua dimensione umana, paterna, prima e al di là della tuta da astronauta con cui è diventato noto a milioni di persone nel mondo. L'ambizione di disegnare aerei, il volo come necessità per migliorare, la mente da ingegnere. Ma anche l'affetto per i suoi cari, la spensieratezza. Dalle parole del figlio emerge il ritratto di un Neil Armstrong poco conosciuto. "Spesso è stato raccontato male, in passato. E’ stato definito un solitario e cose del genere, ma non è vero. E vorrei disperatamente che le persone lo sapessero", continua Mark.

L'allunaggio visto dal figlio di Neil

"All’epoca del lancio dell'Apollo 11 avevo sei anni, e quindi ero molto eccitato ma inconsapevole del pericolo, non avevo minimamente realizzato quante cose potessero andare storte. Questo fino al 1986, con la tragedia del Challenger. E’ solo allora che capii che le cose potevano andare male nonostante gli sforzi delle persone coinvolte, il coraggio dei piloti e del team di controllo della missione… Le cose possono andar male senza che si abbia il tempo di reagire". 

I nervi saldi dell'ingegnere

"Era inspiegabile come mio padre potesse restare calmo mentre succedevano le cose. Era l'eredità dell’enorme addestramento di quegli astronaut: erano piloti, si aspettavano che le cose andassero storte, il loro lavoro consisteva proprio nel reagire quando questo succedeva. Poi tornavano dagli ingegneri per dire fare rapporto su quanto sperimentato. Oggi con la tecnologia moderna si fa tutto elettronicamente, ma allora ci si affidava a quegli uomini in cabina per avere un riscontro e capire come rendere le strumentazioni più sicure, più resistenti, più veloci".

Neil e il sogno da bambino: disegnare aerei

"Mio padre non amava molto la politica, non voleva troppe attenzioni su di sé. Era un ingegnere e amava disegnare velivoli. Da quando aveva 9-10 anni desiderava disegnare aerei, tanto che divenne pilota solo per acquisire competenze in più e disegnarne di migliori. Così quando ebbe la possibilità di scegliere cosa fare, una volta in pensione dalla NASA, scelse di diventare professore di Aeronautica e iniziò a insegnare all’Università di Cincinnati".

Neil, Buzz e Mike, "amabili stranieri"

"Lui, Buzz Aldrin, Mike Collins, ognuno di loro era diverso, aveva le proprie caratteristiche e il proprio modo di fare. Nel libro di Mike Collins “Carrying the Fire”, un libro fantastico, lui li definisce "amabili stranieri" durante l’addestramento. Andavano d’accordo, sì, ma non si conoscevano, non avevano passato del tempo insieme in missioni precedenti come altri equipaggi. Eppure si capivano, si rispettavano e sapevano che ognuno di loro dava un contributo fondamentale alla missione: è per questo che andò bene".

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