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Michael Collins, l'astronauta che orbitò sul lato oscuro della luna. VIDEO

5' di lettura

Militare di carriera, addestrato diversamente dai due compagni, aveva il compito di riportare la nave madre a casa qualora qualcosa nella missione fosse andato storto. Rimase a bordo tutto il tempo, sperimentando una solitudine "che l'uomo non viveva dai tempi di Adamo"

"Sono stato molto orgoglioso di essere a bordo dell'Apollo 11, e di avere uno di quei tre seggiolini. Avevo il migliore dei 3? NO. Ma ero felice di avere quello che mi era stato assegnato? SI". Questo è uno dei modi in cui Michael Collins racconta la sue esperienza sull’Apollo 11. Michael Collins è un militare, lo è ancora oggi all'età di 89 anni, lo si riconosce dalla compostezza, dal modo in cui parla e affronta gli argomenti, nel essere assolutamente anti romantico, nel suo dire solo le cose giuste, al momento giusto, senza mai dare troppo spazio alle emozioni.

L’uomo “più solo di sempre” alla guida della nave madre

Michael Collins era incaricato di pilotare il modulo di comando Columbia, la "nave madre" da cui il lander lunare con a bordo Aldrin e Armostrong intraprese la sua discesa verso la superficie della luna. L'allenamento di Collins era stato insolitamente intenso e molto diverso da quello degli altri due: lui era addestrato a pilotare il veicolo spaziale da solo, in condizioni estreme, e a manovrare manualmente l'attracco del modulo lunare in caso di emergenza.

Armstrong e Aldrin hanno trascorso poco più di 21 ore sulla superficie della luna. Durante quel periodo, Collins orbitò intorno alla luna da solo nel modulo di comando e in attesa che i due terminassero il loro lavoro. Ciò significava che passò più volte sul lato oscuro della luna: durante questi passaggi sperimentò una nuova sensazione: un misterioso tipo di solitudine. L'intero corpo della Luna si trovava tra la Terra e Collins nel modulo di comando. Pertanto, non era in grado di comunicare né con il Controllo Missione della Nasa sulla Terra, né con gli altri due astronauti che erano in superficie. Alcuni lo hanno definito "l'uomo più solo di sempre". In un comunicato stampa la Nasa descriveva così la sua condizione: "E' dai tempi di Adamo che un essere umano non sperimenta la solitudine che Michael Colins sta sperimentando durante i 47 minuti che impiega a effettuare ciascuna orbita intorno alla luna. Quando si trova dietro alla luna non ha nessuno con cui parlare se non il suo registratore a bordo della Columbia".

Il militare esperto di origini italiane

Collins non ha mai amato i riflettori, come Armostrong dice, e diversamente da Aldrin, di recente ha rilasciato un'intervista alla BBC in cui tra le varie cose gli hanno ricordato proprio quella situazione di estrema solitudine e di totale isolamento dal genere umano durante le sue orbite lunari. La sua risposta, sollevando le spalle, è stata: "So what?" - "E quindi?"

Michael Collins aveva qualcosa di italiano appiccicato addosso. Come gli altri due astronauti dell'Apollo 11 era nato nel 1930 ma a differenza loro non negli Stati Uniti, ma in Italia, a Roma, vicino a Villa Borghese. Il padre era Generale Maggiore dell’Esercito presso l’ambasciata americana. E non appena torna negli Stati Uniti si arruola all’Accademia Militare di West Point e nella sua carriera colleziona oltre 5000 ore di volo, è uno dei piloti di caccia più esperti dell'aviazione americana. Nei suoi anni alla Nasa divenne così abile nel governare il modulo di comando che compilò un libro di 117 pagine contenente un elenco di procedure di emergenza personalizzate.

Michael Collins, dopo essere tornato sulla Terra 50 anni fa, è diventato direttore del National Air and Space Museum e poi sottosegretario dello Smithsonian Institution, uno dei più importanti musei e centri di ricerca scientifici degli Stati Uniti.
 

La Terra fragile

Gli unici momenti in cui Collins, ricordando il suo viaggio sulla Luna, sembra emozionarsi sono due. Il primo riguarda l'eventualità di dover tornare sulla terra da solo. Era stata prevista la possibilità che qualcosa andasse storto per i due astronauti atterrati sulla luna, l’ipotesi che il loro modulo lunare non riuscisse a riagganciarsi al Modulo di Comando era molto concreta: pare che il presidente Nixon avesse preparato un discorso di commiato nel caso i due non fossero sopravvissuti. In quel caso il compito di Michael Collins era ovviamente quello di rientrare, avrebbe potuto passare alla storia come il sopravvissuto e riportare con sé sulla Terra solo il peso della tragedia. "Non mi sarei suicidato - ha detto - ma avrei dovuto convivere con quel peso per tutta la vita".

L'altro ricordo, forse quello più caldo, di quelle ore riguarda la visione del nostro pianeta da lontano, nell'infinità nera dell'universo:  "Quando ho guardato la Terra da così lontano, così piccola da poterla coprire con la punta di un dito, luminosa, azzurra per l'oceano, bianca per le nubi, in mezzo a tutto il nero dell'universo, la prima parola che è balzata alla mia mente è stata "FRAGILE". Ho pensato nitidamente: "Come è piccolo e fragile il nostro pianeta. E oggi a distanza di 50 anni da quel giorno penso che non abbiamo ancora capito quanto".

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