Scoperta una nuova specie animale già contaminata dalla plastica

Scienze

Scoperto dai ricercatori dell'università di Newcastle negli abissi della fossa delle Marianne, l'Eurythenes plasticus, in alcuni suoi esemplari, ha mostrato tracce di PET all'interno del proprio corpo 

Gli esperti l’hanno ribattezzata “Eurythenes plasticus” ed è una nuova specie di minuscolo crostaceo in cui sono state trovate tracce di plastica. Ad averlo individuato negli abissi della fossa delle Marianne, nelle acque dell’Oceano Pacifico, sono stati i ricercatori dell'università di Newcastle. Alan Jamieson, tra i protagonisti della scoperta, ha spiegato che è stato deciso questo nome “perché volevamo sottolineare il fatto che dobbiamo agire immediatamente per fermare lo tsunami di rifiuti di plastica che si riversa nei nostri oceani".

Il supporto di Wwf Italia

A diffondere la notizia è stato il sito di Wwf Italia che ha supportato direttamente la ricerca, pubblicata anche sulla rivista scientifica “Zootaxa”. Nell’argomentare i dettagli dello studio, proprio sulle pagine del sito web del Wwf, si legge come questo piccolo anfipode (piccolo crostaceo con il corpo compresso lateralmente e un po' arcuato) sia abituato a vivere nelle profondità oceaniche ma, nonostante ciò, alcuni individui della specie hanno ingerito della plastica, mostrando tracce di Pet, il polietilene tereftalato, all’interno dei propri corpi. "La specie appena scoperta ci mostra quanto siano gravi gli effetti della gestione inadeguata dei rifiuti di plastica”, ha spiegato Isabella Pratesi, direttore Conservazione di Wwf Italia. “Specie che vivono nei luoghi più profondi e remoti della terra hanno già ingerito plastica prima ancora di essere conosciute dall'umanità. La plastica è nell'aria che respiriamo, nell'acqua che beviamo e ora anche negli animali che vivono lontano dalla civiltà umana", ha sottolineato l’esperta.

Gli studi sull’inquinamento della plastica

Sulla questione della plastica e dell’inquinamento legata ad essa, spiega ancora il Wwf, sono state già numerose le ricerche prodotte dagli studiosi, che “stanno dimostrando la dimensione distruttiva delle attività umane sugli equilibri dinamici dei sistemi naturali del nostro pianeta”. Nel 2019 un’importante ricerca pubblicata su “Nature Communications” aveva dimostrato gli effetti particolarmente negativi della plastica sulle comunità marine del batterio “prochlorococcus”, un microrganismo particolarmente importante nell’ambito della vita negli oceani: gli esperti avevano sottolineato come le nanoplastiche possono influenzare la composizione delle comunità di questi microrganismi e la loro capacità fotosintetica. Per porre fine all'inquinamento marino da plastica, dicono dal Wwf “abbiamo bisogno di una soluzione globale”. E per raggiungere questo obiettivo, nel 2019 è stata lanciata una campagna internazionale chiedendo “un trattato globale giuridicamente vincolante per ridurre i rifiuti di plastica, migliorarne la gestione e porre fine all'inquinamento marino da plastica”.

Una piccola speranza

“Non tutti gli individui della nuova specie Eurythenes plasticus contengono plastica. Quindi, c'è ancora speranza che molti altri esemplari ne siano privi” ha concluso Pratesi. Questo nonostante alcune stime impressionanti: “ogni minuto almeno un carico di camion di rifiuti di plastica entra nei nostri oceani”, dicono gli esperti.

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