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Virus West Nile: cos'è e come si cura

Una zanzara portatrice del West Nile virus (Foto: Getty)
4' di lettura

Conosciuta come "febbre del Nilo occidentale", è una malattia provocata da un agente patogeno trasmissibile all’uomo, di solito da uccelli e zanzare. Il primo bacillo è stato scoperto in Uganda nel 1937 ma si è poi diffuso anche in Europa, Italia compresa

Un virus che prende il nome dal luogo dove è stato isolato la prima volta (nel 1937), cioè nel distretto del West Nile, in Uganda. E che è diffuso in Africa, Asia occidentale, Australia, America ed Europa, Italia compresa, come dimostra il Veneto, dove si sono registrati 19 casi e un decesso. Sono queste le informazioni generali sul virus West Nile fornite dall’Istituto superiore di Sanità, che spiega come venga trasmesso principalmente da uccelli selvatici e zanzare.

Dove si trova il virus

In particolare, le zanzare che trasmettono il West Nile sono di tipo Culex. Proprio le punture di questi insetti rappresentano il principale mezzo di trasmissione all’uomo. Tuttavia, specifica l’Istituto, "altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza". Va comunque specificato che la febbre West Nile non è trasmissibile da persona a persona attraverso il contatto con soggetti infetti. Inoltre, il virus può infettare anche alcuni mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli.

Incubazione e sintomi: dalla febbre al mal di testa

Se il contagio avviene attraverso la puntura di una zanzara infetta, il periodo di incubazione dal momento del morso varia da due a 14 giorni, ma non è escluso che si possa arrivare fino alle tre settimane nei casi di persone con deficit a carico del sistema immunitario. Per quanto riguarda i sintomi, invece, l’Istituto superiore di Sanità avverte che "la maggior parte dei soggetti infetti non ne mostra alcuno. Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta avvisaglie leggere, spesso sottovalutate: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei". "Questi sintomi - sottolineano gli esperti - possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona. Nei bambini, per esempio, è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave".

Un virus potenzialmente mortale

È possibile che il West Nile, nei casi più estremi, porti a conseguenze piuttosto gravi. I sintomi più preoccupanti, conferma l’Iss, "si presentano mediamente in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150), e comprendono febbre alta, forte mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. Alcuni effetti neurologici possono però essere permanenti e nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale". 

Come si previene e come si cura

Poiché non esiste un vaccino per la febbre West Nile, anche se gli esperti ne stanno studiando uno, l’unica prevenzione possibile è quella di ridurre l’esposizione alle punture di zanzare. L’Istituto superiore di Sanità consiglia quindi di proteggersi dal contatto diretto ed evitare che le zanzare possano riprodursi. In particolare, è consigliato usare repellenti e indossare pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto, e poi ancora usare delle zanzariere alle finestre, svuotare spesso i vasi di fiori o altri contenitori (per esempio i secchi) con acqua stagnante, cambiare frequentemente l’acqua nelle ciotole per gli animali e tenere le piscine gonfiabili per i bambini in posizione verticale quando non sono usate.

Terapia e trattamento

Nel caso ci si dovesse ammalare, non esiste una terapia specifica per la febbre West Nile. Nella maggior parte dei casi, i sintomi scompaiono da soli dopo qualche giorno o possono durare per qualche settimana. Nei casi più gravi, è invece necessario il ricovero in ospedale, dove i trattamenti somministrati comprendono fluidi intravenosi e respirazione assistita. Per quanto riguarda la diagnosi del virus, invece, questa viene di solito effettuata attraverso test di laboratorio su siero e, dove indicato, su fluido cerebrospinale, per la ricerca di anticorpi del tipo IgM. Questi - conferma l'Istituto - "possono persistere per periodi anche molto lunghi nei soggetti malati (fino a un anno), pertanto la positività a questi test può indicare anche un’infezione pregressa".

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