Cibo made in Italy con materie prime importate, i casi più esemplari

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Bresaola, torrone, bottarga, siamo sicuri che i tradizionali prodotti "Made in Italy" siano italiani al 100%? I dati dicono che non è così. LO SPECIALE

Con 130 prodotti IGP e 167 DOP il Made in Italy è uno dei marchi alimentari più apprezzati al mondo. Ma, per convenienza o necessità, non tutti i prodotti lavorati e confezionati nel nostro Paese – poi etichettati come “made in Italy” – sono al 100% italiani. Le materie prime di alcune specialità tradizionali sono quasi del tutto importate. Abbiamo raccolto i casi più esemplari (LO SPECIALE).

Dolcetti siciliani con frutta secca turca

Mandorle e pistacchi sono gli ingredienti fondamentali di tanti dolci tipici della nostra Penisola, dalla crema di pistacchio al torrone o alla pasta di mandorle. Eppure le mandorle, di cui l’Italia è seconda produttrice in Europa (dopo la Spagna), vengono importate per il 66%, prevalentemente dagli Stati Uniti (63% dell’import). La proporzione di import è ancora più notevole nel caso dei pistacchi: il 90% di quelli italiani viene coltivato nell’area di Bronte, in Sicilia. Nel 2016 ne sono stati prodotti solo per 3600 tonnellate (di cui 500 esportate all’estero) a fronte di un import di 9000 tonnellate (il 24% dalla Turchia). 

Bottarga sarda con uova dalla Mauritania

Anche nel caso della bottarga la mancanza di materia prima nostrana costringe i produttori a importare. Solo una bassa percentuale (meno del 20%) della bottarga confezionata in Sardegna è fatta con uova di pesce sardo. Una questione di numeri: ogni anno si producono circa 24 quintali di bottarga di Cabras italiana al 100%, in parte esportati verso il Giappone e la Germania. Per il resto della produzione si deve quindi utilizzare materia prima derivante dall’estero, soprattutto dalla Mauritania. Distinguerle è facile: quella con uova di pesce italiane arriva a costare 250 euro al chilo, quella con uova straniere costa in media la metà. Inoltre la differenza è segnalata dal colore dell’etichetta.

Bresaola Igp, ma di zebù

Discorso simile per la bresaola Igp della Valtellina: il disciplinare di produzione Igp non limita la provenienza della carne utilizzata, che viene importata dall’America del Sud al 95%. Una scelta obbligata per i produttori, visto che in Valtellina nel 2016 sono state confezionate 18 mila tonnellate di bresaola, di cui 12700 Igp. Per produrle servono 6 milioni di bovini, più o meno il numero di quelli presenti in tutta Italia. Tutti i capi allevati in provincia di Sondrio non basterebbero nemmeno per una settimana di produzione, dicono dal Consorzio, e se li utilizzassero tutti si fermerebbe la produzione di latte e formaggio. 

Burrata Igp con latte europeo

Arriva da altri Paesi europei anche il 56% del latte fresco impiegato per produrre i formaggi italiani, come stracchino e mozzarella. Un caso esemplare è quello della burrata di Andria, diventata Igp nel 2016, il cui disciplinare di produzione non limita la provenienza del latte. Nella sola Puglia a fronte di una produzione di 244mila tonnellate di latte bovino nel 2016, le importazioni di latte dall’estero – principalmente da Germania, Francia, Austria e Slovenia - sono state di 180mila tonnellate, utilizzate per fare prodotti lattiero-caseari che vengono venduti come “made in Puglia”. La provenienza estera del latte non deve, per legge, essere indicata in etichetta.

Polenta taragna con grano saraceno polacco

Utilizzato per preparare piatti tipici come pizzoccheri e polenta taragna, viene importato al 90% da Polonia, Peru, Canada e Cina per un valore annuale di circa 40 milioni di euro. Nella composizione dei pizzoccheri Igp il grano saraceno deve essere presente almeno al 20%. Ma nonostante sia una coltura presente in Valtellina fin dal ‘600, nell’area sono rimasti all’incirca 20 ettari, perché comprare il prodotto dall’estero costa meno (otto euro al kg contro i 2,5 euro di quello cinese). La provenienza del grano saraceno non è obbligatoriamente indicata in etichetta. Anche per questo motivo stanno nascendo diverse associazioni valtellinesi che promuovono il grano saraceno made in Valtellina, che in alcuni casi viene macinato in antichi mulini.

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