‘Tecnostress’, quanti lavoratori ne soffrono in Italia e quali sono i sintomi
Salute e BenessereIntroduzione
Il 65,8% degli italiani valuta in qualche misura problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali, mentre il 37,6% si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da usare per lavoro: sono questi alcuni dei dati che emergono dall’analisi di Eurispes, dedicata a “Tecnologie digitali e salute mentale”. Dall’indagine si nota come gli strumenti digitali siano “percepiti come utili e ormai irrinunciabili, ma una parte consistente della popolazione segnala automatismi, fatica, perdita di controllo e impatti negativi, con criticità particolarmente concentrate tra i più giovani”.
Quello che devi sapere
L’uso dei dispositivi digitali
Intanto, alcuni dati: dall’analisi emerge come lo smartphone sia usato regolarmente dal 94,3% del campione intervistato, il computer o laptop dal 65,2% e la Smart Tv dal 61,2%. Lo smartphone è inoltre utilizzato in modo trasversale dalle diverse generazioni: resta sopra il 95% fino ai 64 anni e coinvolge in ogni caso l’89,9% degli over 64. Gli altri dispositivi mostrano invece un netto divario in base all’età. Il computer è infatti usato dall’80,2% delle persone tra 18 e 24 anni, nelle altre fasce generazionali resta sopra al 70%, mentre fra i più anziani si ferma al 39,1%. Il genere incide meno dell’età, con l’eccezione delle console, più diffuse fra gli uomini (23,9% contro 11%), e degli smartwatch (30,9% contro 25,9%).
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Il digitale e il lavoro
L’analisi presenta poi un focus dedicato al lavoro e alle tecnologie digitali: nel documento si legge che il 48,2% degli intervistati “svolge un’attività che richiede sempre un uso intensivo di dispositivi e applicazioni, il 28,4% ne ha bisogno in alcune occasioni e soltanto il 23,4% non è esposto in modo rilevante”. Per quanto riguarda il lavoro in forma ibrida o interamente da remoto, risulta che il 32,8% delle persone ha almeno qualche forma di smart working mentre il 6,3% pratica solo il remote working. Dunque quasi quattro lavoratori su dieci sperimentano almeno in parte forme di lavoro da remoto.
I tempi del lavoro e la tecnologia
Ci sono poi altri dati che vale la pena sottolineare: per esempio la tecnologia estende il lavoro oltre il suo orario, con il 77,3% del campione che controlla email o messaggi professionali fuori dall’orario almeno qualche volta e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Inoltre “il 75,2% risponde durante il tempo libero, con una frequenza elevata per il 38,5%; il 68,1% risponde anche durante le ferie e il 34,7% lo fa spesso o sempre”.
I numeri del ‘tecnostress’
In questo quadro si inseriscono informazioni sulla salute mentale dei lavoratori e il ‘tecnostress’: infatti il 71,1% degli intervistati si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente, con il 38% in modo frequente. E il 72,9% del campione ha avuto difficoltà a staccare mentalmente, con il 37,6% che lo sperimenta spesso o sempre. I dati comunque variano in base alle professioni: “il controllo frequente fuori orario raggiunge il 62,1% fra dirigenti e quadri, il 57,2% fra liberi professionisti e il 51,1% fra autonomi”. Mentre “fra gli operai il 57,3% non lo fa mai”.
Il sovraccarico dovuto alle tecnologie digitali
In ogni caso, secondo quanto emerso dall’analisi, sovraccarico non dipende soltanto dal tempo ma anche dalle caratteristiche delle tecnologie digitali: “Il 37,6% si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da usare per lavoro, il 36,7% fatica a seguire aggiornamenti e nuovi software, il 35% ritiene che email, notifiche e chiamate compromettano la concentrazione e il 39,3% si sente mentalmente affaticato dall’uso costante delle tecnologie. Al tempo stesso, il 59,6% ritiene di riuscire a separare tempo lavorativo e personale, mentre il 22,2% considera eccessivo il tempo assorbito dalle videoriunioni”.
I sintomi dello stress tecnologico
Per quanto concerne i sintomi di stress o affaticamento legati alle tecnologie professionali - quali mal di testa, stanchezza oculare, ansia o altri disturbi correlati - il 68,6% del campione ha detto di aver sperimentato almeno qualche volta uno di questi problemi nei sei mesi precedenti, mentre il 33,8% li ha avuti spesso o sempre. “Tra chi usa sempre intensamente il digitale sul lavoro, l’85% ha registrato almeno qualche episodio e il 46,2% una frequenza elevata; fra chi non ne fa un uso intensivo le quote scendono al 34,9% e al 13,4%”, si legge ancora nel documento. Quest’ultimo nesso evidenzia “una relazione molto forte fra intensità tecnologica, reperibilità e sintomi percepiti”.
Un rapporto problematico con la tecnologia
Più in generale, il 65,8% degli italiani valuta in qualche misura problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali. I livelli più elevati di criticità raggiungono il 41,9% fra i 18-24enni e il 30,2% fra i 25-34enni, per poi scendere nelle fasce d'età successive fino al 28,3% degli over 64. Nonostante i segnali di consapevolezza, raramente questa si traduce in effettiva richiesta di aiuto: il 44,8% di chi reputa problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali non ritiene di aver bisogno di aiuto, ma solo il 5% è attualmente in terapia e il 15,2% lo è stato, mentre il 35% ha pensato di rivolgersi a un professionista senza farlo.
Le strategie di autoregolazione del tempo
Infine, le strategie di autoregolazione del tempo passato online risultano essere ancora poco diffuse: “Il 12,7% ne ha adottata almeno una, il 30,4% non lo ha fatto ma ritiene che dovrebbe, mentre il 56,9% pensa di non averne bisogno”. Guardando all’età, “nei gruppi giovani e centrali il riconoscimento del bisogno è più elevato. Ha sperimentato forme di riduzione il 19,8% dei 18-24enni, il 17,8% dei 25-34enni e il 19,9% dei 35-44enni; la quota scende al 12,3% fra i 45-64enni e al 4% fra gli over 64. A dichiarare “non lo faccio, ma dovrei” è il 37,2% dei più giovani, il 34,3% dei 25-34enni, il 38% dei 35-44enni, il 34,7% dei 45-64enni e il 15,6% degli anziani”. Le pratiche più usate sono la disattivazione delle notifiche (27,9% di chi ha adottato strategie) e timer o limiti sulle applicazioni (27%); seguono la definizione di spazi e momenti senza dispositivi, ad esempio pasti e tempo familiare (16,7%), periodi di digital detox (11,6%) e orari prestabiliti di inutilizzo (8,6%).
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