Razzismo e mortalità materna, lo stress cronico colpisce di più le donne nere: lo studio
Salute e BenessereLa ricerca, condotta dall’Università di Cambridge, dimostra che le donne nere rischiano maggiormente rispetto alle donne bianche. La ginecologa Barbara Grijuela, responsabile del Centro di Salute e Ascolto per le donne migranti dell’Ospedale San Paolo: “Questo studio era l’anello mancante”
Lo stress derivante dal razzismo potrebbe contribuire a spiegare perché le donne nere hanno maggiori probabilità di morire durante il parto. È la ricerca dell’università di Cambridge, condotta da Grace Amedor e Dino A. Giussani e pubblicata sulla rivista Trends in Endocrinology and Metabolism a sostenerlo. Secondo lo studio, i ricercatori hanno individuato differenze in alcuni meccanismi fisiologici legati alla gravidanza tra donne nere e donne bianche che porterebbero a un maggiore tasso di mortalità durante il parto nelle prime. “Questo studio è una chiave di svolta perché è la prima dimostrazione scientifica di un dato che si sa ormai da tantissimi anni”, ha commentato a skytg24.it la dottoressa Barbara Grijuela, ginecologa dell’ospedale San Paolo di Milano. “Il dato incontrovertibile è che in tutte le situazioni in cui c'è una fragilità sociale, economica o psicologica, c'è un aumentato rischio di morbilità e mortalità sia materna che infantile”.
Lo studio
Nel momento in cui c'è una situazione di stress una serie di sostanze del nostro organismo aumenta e porta a un effetto negativo su tantissimi distretti, compreso quello materno-fetale. “A causa di un ritardato accesso alle cure o non accesso alle cure non vengono diagnosticate una serie di patologie ma, questi studi, aggiungono che quella situazione di stress cronico contribuisce a determinare un effetto peggiorativo”, continua la ginecologa che parla con dati alla mano.
Non sono bastati gli studi internazionali ma, per il reparto di ginecologia che ogni anno prende in carico tra le 300 e le 400 nuove pazienti, si sono anche analizzati i dati interni: “Abbiamo passato in rassegna i numeri delle donne che hanno partorito nel nostro punto nascita in 25 anni, sia italiane sia straniere. Poi abbiamo pulito i dati e quello che abbiamo analizzato è che la differenza in termini di outcome (esito clinico, ndr), sulla mamma e sul bambino, lo fa il mancato accesso o l'insufficiente accesso alle cure”, ha spiegato la dottoressa.
Le donne straniere, non seguite o seguite in maniera incompleta, sono quelle che hanno presentato i dati peggiori da questo punto di vista. Tutto ciò senza considerare le differenze che, a priori, condizionano alcune popolazioni più di altre: a concorrere al tasso di mortalità materna sono le patologie che differiscono da ogni popolazione all’altra (“sappiamo che le donne africane subsahariane hanno aumentato il rischio di anemia patologica così come le nordafricane di diabete”).
Ci sono altri fattori, come il mancato accesso alle cure per un problema di accessibilità e di fragilità economico-sociale e, appunto, il dato biologico: “Il continuo stress cronico a un organismo non fa bene e conseguentemente non fa bene a una placenta e non fa bene a un bambino. Insomma, questo studio era un po' l'anello mancante”.
Il lavoro del Centro di Salute e Ascolto per le donne migranti
Le parole di Grijuela sono frutto dell’esperienza maturata non solo in reparto ma anche e soprattutto nel centro salute e ascolto per le donne migranti dello stesso ospedale. Insieme a quello del San Carlo, è l’unico punto nel Milanese a offrire un servizio durante il percorso riproduttivo che coinvolga la gravidanza, l’interruzione volontaria di gravidanza, casi di sterilità ed eventuali problemi ginecologici alle donne straniere e ai neonati fino al primo anno di vita. Nato l’8 marzo del 2000, il centro del San Paolo è formato da un’equipe multidisciplinare di cui fanno parte una ginecologa, una pediatra, una ostetrica, un'assistente sociale, una psicologa e un gruppo di mediatrici linguistico culturali. “Siamo tutte donne”, commenta la ginecologa, “e ci prendiamo cura della salute della donna e del bambino a 360 gradi”.
Nel tempo, alcune culture hanno cambiato la percezione e fatto passi avanti ma, riflette a voce alta la dottoressa, “abbiamo deciso di rimanere donne perché il nostro deve essere uno spazio sicuro, in cui una donna si deve sentire libera di mettere in circolo i propri pensieri, i propri problemi. In questo, una figura femminile è sicuramente più amicale”.
Inoltre, continua Grijuela, l’equipe del San Paolo riproduce l'assetto sociale, il circolo delle comadri, che affianca le donne durante il loro percorso di maternità: non solo parenti ma anche vicine di casa, amiche, conoscenti. Si tratta di una famiglia che lavora alla protezione prima della madre e poi della diade, mamma bambino. “Quando parliamo e visitiamo le donne straniere al centro, siamo sempre almeno in due perché oltre l'operatrice sanitaria c’è sempre una mediatrice e questo ci permette di riproporre il modello delle comadri”.
Gli accessi e i numeri
Uno dei problemi principali che impatta negativamente sulla prognosi sia delle mamme sia dei bambini è la mancata accessibilità alle cure, il fatto di essere senza documenti. Il centro di salute e ascolto del San Paolo non può aggirare la legge ma “fortunatamente”, sorride la ginecologa, “esiste una legislazione in merito sulla tutela della gravidanza che permette documenti provvisori e la gratuità della maggior parte delle prestazioni in gravidanza anche per le donne prive di permesso di soggiorno”.
Ogni donna che arriva nel centro del San Paolo viene accolta e seguita tranne in rari casi, quelli in cui esistono buchi del sistema: “È il caso di chi viene dalle aree dell’Est Europa come Romania, Bulgaria. Chi non risiede nel paese, non produce reddito, non paga le tasse sul territorio, non si ha la tessera sanitaria e di conseguenza, quel diritto viene negato in qualsiasi altro paese europeo”. Per queste donne è molto più complicato rispetto alle cosiddette donne irregolari di altri paesi che comunque riescono ad avere accesso all’assistenza sanitaria.
Sul totale delle donne che partoriscono nel punto nascita del San Paolo, tra il 40 e il 45% sono di origine straniera. Rispetto ai paesi di provenienza c’è molta eterogeneità: “La prima popolazione è quella egiziana, caratteristica del territorio milanese”, spiega la ginecologa. “In generale Nord Africa, Marocco, Algeria, Tunisia. Rispetto ai primi anni sono ridotte drasticamente le donne dell'Est europeo, proprio anche per problemi di accessibilità e di cui fanno parte alcune comunità, come quelle Rom e Sinti, che temono gli ospedali e si recano solo su estrema necessità”. Aumentano, invece, gli arrivi dal Bangladesh e dal Pakistan mentre il Sud America rimane stabile. “Infine, dopo la riduzione dettata dal Covid, stanno riaumentando le donne provenienti dall'Africa subsahariana, richiedenti un titolo di protezione internazionale”.
La collaborazione dell’equipe
Per questa ragione, la funzione delle mediatrici è fondamentale: non sono solo traduttrici ma ponti tra le culture e codificatrici delle eziologie tradizionali da spiegare a chi non le conosce. Malattia e salute e la stessa gravidanza sono percepite in modo diverso: nella cultura occidentale la gravidanza va esibita, manifestata e anche per questo esistono la diagnosi prenatale e l’ecografia. “In altre culture”, spiega la dottoressa, “la gravidanza nelle sue prime fasi iniziali deve essere nascosta perché se manifestata troppo presto può generare l'invidia, che può essere quella del jinn (creature soprannaturali della mitologia araba e islamica, ndr), della vicina di casa, della suocera. E questo può comportare anche il rischio di perdere la gravidanza”.
Anche per il momento del parto il ruolo delle mediatrici è fondamentale: per alcune donne non è pensabile di appoggiare il bambino al petto fin dai primi minuti, in controtendenza con quello che sostiene la medicina europea. Il lavoro di chi è al centro è bilanciare gli strumenti e le competenze acquisite con le abitudini di chi viene da lontano, ma in quel momento affronta un momento delicato. “Cerchiamo di trovarci nel mezzo, di capire loro e le loro paure, senza imposizioni. Teniamo a mente una frase molto importante: rendere più sicure le mamme, per rendere più sicuri i bambini, per rendere più sicuri gli adulti di domani”, conclude la dottoressa.