Health, Alzheimer: una sfida sanitaria e sociale sempre più urgente

Salute e Benessere
Raffaella Cesaroni

Raffaella Cesaroni

Dai numeri di una emergenza sanitaria in crescita alle nuove terapie che possono cambiare il decorso della malattia, fino alle criticità del sistema italiano tra ritardi diagnostici e disuguaglianze territoriali. Intanto la tecnologia apre nuovi scenari: dalla robotica all’intelligenza artificiale, con il robot TEO che punta a supportare pazienti e caregiver nella gestione quotidiana delle demenze

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L’Alzheimer è oggi la forma più diffusa di demenza e rappresenta una delle principali emergenze sanitarie globali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo vivono oltre 55 milioni di persone con una forma di decadimento cognitivo, un numero destinato a crescere rapidamente fino a superare i 130 milioni entro il 2050, con circa 10 milioni di nuovi casi ogni anno. In questo scenario, l’Italia è tra i Paesi più esposti. L’invecchiamento della popolazione, tra i più avanzati in Europa, sta determinando un aumento significativo dei casi: oggi si stimano oltre 1,4 milioni di persone con demenza, di cui circa il 60-70% affette da Alzheimer. Un numero destinato a crescere fino a oltre 2,2 milioni entro il 2050, con un incremento del 54%.

Non solo numeri

La demenza è una malattia che impatta sull’identità stessa della persona, compromettendo memoria, orientamento e capacità decisionali. Ma soprattutto coinvolge l’intero nucleo familiare: in Italia sono circa 3 milioni le persone direttamente o indirettamente impegnate nell’assistenza, con un carico assistenziale che ricade in larga parte sui caregiver. 
“Un caregiver ci perde il lavoro, la salute, la propria vita. E spesso non è nemmeno riconosciuto come tale” - sottolinea Patrizia Spadin, Presidente AIMA – Associazione Italiana Malattia di Alzheimer. Che aggiunge: “La maggior parte dei costi e dell’assistenza è ancora sulle spalle delle famiglie, in un sistema che non è preparato a gestire un fenomeno di queste dimensioni”. Il peso economico è infatti enorme: in Italia i costi complessivi superano i 23 miliardi di euro l’anno, con oltre il 60% sostenuto direttamente dalle famiglie. A livello individuale, il costo medio per paziente può arrivare a circa 72 mila euro annui. A rendere ancora più complesso lo scenario è il ritardo diagnostico. Oggi il tempo medio tra la comparsa dei sintomi e la diagnosi supera i due anni, e meno del 10% dei pazienti accede a una diagnosi basata su biomarcatori. Un ritardo che rischia di diventare ancora più critico alla luce delle nuove terapie.

Le nuove terapie

Negli ultimi anni, infatti, la ricerca ha aperto una nuova fase. Dopo decenni di trattamenti esclusivamente sintomatici, sono arrivati i primi farmaci in grado di modificare il decorso della malattia, come gli anticorpi monoclonali diretti contro la beta-amiloide. Studi clinici hanno dimostrato una capacità di rallentare il declino cognitivo nelle fasi iniziali, segnando un passaggio storico nella gestione dell’Alzheimer. In questo scenario, la comunità scientifica parla di un vero cambio di paradigma. “Per la prima volta abbiamo farmaci in grado di intervenire sui meccanismi biologici della malattia e non solo sui sintomi” spiega la Prof.ssa Giovanna Zamboni, Ordinario di Neurologia all’Università di Modena e Reggio Emilia. “Non si tratta ancora di una cura definitiva – aggiunge - ma di terapie che possono rallentare la progressione del declino cognitivo, soprattutto se somministrate nelle fasi iniziali. Questo cambia completamente lo scenario: rende la diagnosi precoce non più solo auspicabile, ma necessaria.” Secondo Zamboni la vera sfida oggi è riuscire a intercettare i pazienti nel momento giusto: “L’Alzheimer inizia molti anni prima dei sintomi evidenti. Quando compaiono i primi segni clinici, il processo neurodegenerativo è già avanzato. Per questo dobbiamo investire in biomarcatori, screening e percorsi diagnostici più rapidi e accessibili.”

Un’attesa lunga 40 anni

“L’innovazione terapeutica rappresenta la speranza di concludere un’attesa durata oltre 40 anni. Ma per trasformarla in cura reale servono diagnosi precoci e una rete organizzativa adeguata” - aggiunge Spadin. Il nodo oggi non è solo scientifico, ma organizzativo. Le nuove terapie richiedono centri specializzati, criteri di selezione dei pazienti, monitoraggio continuo e investimenti strutturali. L’Agenzia Italiana del Farmaco sta lavorando per definire modalità di accesso, sostenibilità e appropriatezza, ma restano forti disuguaglianze territoriali e criticità nella rete dei servizi. “Abbiamo bisogno di una regia centrale efficace, finanziamenti adeguati e una rete di cura omogenea in tutto il Paese” - ribadisce Spadin. “Il rischio è che l’innovazione resti sulla carta e non arrivi ai pazienti” – conclude.

Il ruolo dell’innovazione

È proprio in questo contesto che diventa sempre più centrale il tema dell’innovazione tecnologica a supporto della diagnosi precoce, del monitoraggio e della presa in carico delle persone con declino cognitivo. L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo e ogni anno aumenta il numero di persone che convivono con forme di fragilità cognitiva. Il declino della memoria, la perdita di orientamento e la riduzione delle funzioni esecutive sono sfide che incidono profondamente sulla qualità di vita degli anziani e dei loro caregiver. Per questo è nato DAISI&RON, un progetto che integra robotica, intelligenza artificiale e realtà virtuale per monitorare e stimolare le funzioni cognitive delle persone anziane, sia a domicilio sia nelle RSA.  

TEO, un robot assistenziale

Al centro della sperimentazione c’è TEO, un robot assistenziale progettato per muoversi in autonomia, interagire vocalmente e accompagnare gli utenti lungo percorsi predefiniti. Oggi TEO è in fase di test negli spazi della sede torinese di Teoresi Group, dove tecnici e ricercatori stanno verificando come si comporta in un ambiente reale, tra ostacoli, persone e interazioni quotidiane. “La popolazione sta invecchiando rapidamente e il carico assistenziale cresce” - spiega il Professor Alessandro Vercelli, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino. “Robot come TEO non sostituiscono i caregiver, ma possono aiutarci a monitorare il benessere cognitivo, a stimolare le funzioni mentali e a individuare precocemente i segnali di allarme, offrendo un supporto concreto alle famiglie e agli operatori.” Il progetto sfrutta anche piattaforme immersive di realtà virtuale: esercizi cognitivi, “escape room” digitali e attività interattive che aiutano a potenziare memoria, orientamento e attenzione. I dati raccolti sono poi elaborati dal sistema di AI, che restituisce al robot indicazioni comprensibili per l’utente. “La nostra sfida è integrare AI, sensori e VR in un’esperienza semplice, utile e accettabile per gli utenti anziani” - racconta Marco Bazzani, Innovation Manager di Teoresi Group. “Stiamo osservando come TEO si muove, come interagisce, come risponde ai bisogni delle persone. L’obiettivo è costruire uno strumento che sappia davvero affiancare caregiver e operatori nella vita quotidiana.” La roadmap del progetto è chiara: nel 2026 TEO entrerà nei laboratori e nei living labs dell’Università di Torino e del NICO per i test con anziani reali, per poi avviare una fase clinica nel 2027.

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