Tumore del seno, nuove speranze di cura per le forme aggressive

Salute e Benessere
©Ansa

Grazie ad uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO), coordinati da Salvatore Pece, professore ordinario di Patologia generale all'Università Statale di Milano, è stato possibile far chiarezza sul ruolo della proteina "CDK12". La stessa, in qualità di biomarcatore, rende possibile identificare i tumori da colpire con farmaci anti-metabolici

ascolta articolo

Nuove speranze nell’ambito della cura dei tumori del seno nelle sue forme più aggressive. Sono quelle che arrivano da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO), coordinati da Salvatore Pece, professore ordinario di Patologia generale all'Università Statale di Milano, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Nature Communications”. Al centro del lavoro di ricerca, in particolare, gli studiosi hanno individuato un inedito meccanismo molecolare che, qualora attivato, riesce ad alterare il metabolismo delle cellule tumorali, favorendone così la crescita incontrollata e la progressione verso la malattia metastatica.

Il ruolo della proteina “CDK12”

approfondimento

Cancro al seno, con mammografia 15% dei noduli possono essere innocui

Come spiega lo IEO in un comunicato, alla base di tutto il processo c’è una particolare proteina, denominata “CDK12”, che, se presente in maniera esagerata come succede d’altronde in oltre il 20% di tutti i tumori mammari umani, provoca una serie di eventi che contribuiscono a rendere “il tumore aggressivo, resistente alle chemioterapie convenzionali e a rischio di metastasi”. Per questo motivo, hanno sottolineato i ricercatori, la presenza della proteina “CDK12” a livelli significativi fornisce la forza motrice al tumore, ma diventa anche un biomarcatore tumorale ed un punto di vulnerabilità. Proprio grazie a questo biomarcatore, ha rilevato Pece, è infatti “possibile identificare i tumori da colpire con farmaci anti-metabolici, deprivando così le cellule tumorali dell’energia necessaria per la loro moltiplicazione e costringendole in sostanza a morire di fame”.

Un biomarcatore per la terapia anti-metabolica

Secondo Maria Grazia Filippone, ricercatrice della Fondazione Veronesi e prima firma dello studio, questa nuova strategia risulta efficace nel “combattere il cancro attaccandone il particolare metabolismo”. Infatti, ha spiegato, “si interferisce con la capacità propria delle cellule tumorali a elevata espressione di CDK12 di utilizzare in modo esagerato il glucosio per alimentare la via metabolica del ciclo del folato”. E quest’ultima, di conseguenza, “fornisce i costituenti necessari per la replicazione del Dna, sostenendo la replicazione cellulare e la diffusione metastatica”. Le cellule tumorali, come si sa da circa un secolo, “presentano un metabolismo differente da quelle sane”, ha proseguito Pece. E l’uso di farmaci anti-metabolici ha rappresentato una tra le prime strategie contemplate per combattere il cancro, soprattutto quello della mammella. Tuttavia, ha continuato il professore, “l’entusiasmo per questi farmaci da parte degli oncologi è progressivamente diminuito per la mancanza di marcatori per identificare in modo preciso le pazienti in grado di beneficiare selettivamente ed efficacemente di queste terapie”. Adesso, anche grazie a studi come questo, gli studiosi hanno potuto integrare “i dati ottenuti in esperimenti con animali di laboratorio con le analisi retrospettive di diverse coorti cliniche di pazienti con tumore mammario. I risultati risolvono il problema poiché indicano chiaramente che elevati livelli di CDK12 costituiscono un biomarcatore utilizzabile per selezionare le pazienti da trattare con terapia anti-metabolica utilizzando un farmaco, il metotrexato, già disponibile nella clinica per la cura del tumore mammario”, ha concluso l’esperto.

Salute e benessere: Più letti