"Alzheimer Revolution", dalla diagnosi alle cure: a che punto è la ricerca sulla malattia

Salute e Benessere

Giulia Floris

In un saggio edito da Mondo Nuovo la neuroscienziata Maria Teresa Ferretti racconta i progressi nello studio della malattia di Alzhemier. E lancia un messaggio "di ottimismo e di speranza" alle famiglie colpite. L'INTERVISTA

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"C'è una rivoluzione in medicina, e pochi sembrano accorgersene". Parte da questo assunto "Alzheimer Revolution", il libro di Maria Teresa Ferretti (Edizioni Mondo Nuovo), neuroscienziata, cofondatrice e direttrice scientifica dell'organizzazione Women's Brain Project, che fa il punto sullo stato della ricerca sulla malattia di Alzheimer. Dalla diagnosi, alle cure, alla prevenzione sono tantissimi i campi in cui la ricerca ha fatto passi da gigante e in questo suo excursus (divulgativo e allo stesso tempo documentatissimo) Ferretti lancia un messaggio di "ottimismo e speranza" alle famiglie colpite.

 

Rispetto a qualche anno fa, Lei sottolinea nel suo libro come oggi sia possibile avere una diagnosi di Alzheimer molto prima che i sintomi conclamati si manifestino. Ma perché il paziente dovrebbe volere una diagnosi precoce di una malattia così terribile e per la quale ancora non esistono cure efficaci?

Fare screening per altre malattie è normale, la stessa cosa dovrebbe valere per una malattia del cervello. Con una diagnosi precoce è possibile entrare in un percorso di controlli medici e studi clinici (avendo magari accesso a farmaci sperimentali). Non solo: si può cambiare lo stile di vita così da rallentare il decorso della malattia, si possono prendere decisioni importanti per la propria vita quando la malattia è ancora agli inizi. Non bisogna vedere la diagnosi precoce come qualcosa che fa paura ma come qualcosa che ci mette in una posizione di controllo. E poi i farmaci non sono così lontani, sono sicura che tra qualche anno non ci sarà un solo nuovo farmaco ma un vero e proprio arsenale terapeutico per combattere l’Alzheimer.

 

A questo proposito, negli Usa un farmaco è stato già approvato in Europa ancora no. Perché?

L'Fda, l'ente regolatore del farmaco americano, ha deciso di optare per una procedura speciale, che già si utilizza in oncologia, per autorizzare un anticorpo monoclonale di seconda generazione. Normalmente un farmaco per essere approvato deve mostrare elementi incontrovertibili di sicurezza ed efficacia. A volte, però, se si riscontrano dei risultati promettenti, anche solo a livello di biomarcatori, si decide di dare un’approvazione accelerata, quando non ci sia nessun’altra arma a disposizione contro la malattia, come nel caso dell’Alzheimer. L’Ema, in Europa, ha invece chiesto nuovi dati ma serviranno almeno altri due o tre anni per averli. La casa farmaceutica ha però fatto appello contro la decisione dell’Ema e dunque potrebbero esserci delle novità nei prossimi mesi.

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Un altro campo in cui non sono mancati i progressi negli ultimi anni è quello legato alla scoperta dei fattori di rischio per l'Alzheimer: alcuni di questi sono legati allo stile di vita e dunque si può agire sulla prevenzione. Quali consigli si sente di dare?

La cosa importante da tenere presente è che per la salute del proprio cervello si deve agire su più livelli, cambiare alcuni piccoli aspetti in tanti campi: fare attività fisica, avere una dieta sana come quella mediterranea evitando l’abuso di alcol, coltivare la socialità, tenersi attivi mentalmente. È poi importante monitorare i vari aspetti della propria salute (dal rischio diabete, all’ipertensione) perché ormai sappiamo che tutto è collegato e il futuro è un approccio multidisciplinare alle malattie del cervello.

 

Gli ultimi due anni sono stati segnati dalla pandemia di Covid-19. Si è riscontrato qualche effetto sui pazienti affetti da Alzheimer?

Ci sono studi che mostrano come la pandemia abbia sensibilmente peggiorato le condizioni dei pazienti di Alzheimer. C’è stato un vero e proprio tracollo per chi stava nelle case di cura e non ha potuto ricevere visite: l’effetto dell’isolamento sociale è stato devastante. È emerso in maniera chiara come sia necessario un equilibrio tra protezione dal contagio e salute mentale del paziente.

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