Autismo, i pupazzi aiutano a stimolare l’attenzione dei bambini

Salute e Benessere

Lo dimostrano i risultati di uno studio condotto dai ricercatori dello Yale Child Study Center. Questa scoperta potrebbe consentire lo sviluppo di terapie più coinvolgenti, pensate per rafforzare l’impegno sociale e facilitate l’apprendimento

L’uso dei pupazzi è efficace per attirare e mantenere l’attenzione dei bambini con disturbo dello spettro autistico: lo dimostrano i risultati di uno studio condotto dai ricercatori dello Yale Child Study Center. Dalla ricerca, pubblicata sulla rivista Autism Research, emerge che questa scoperta potrebbe consentire lo sviluppo di terapie più coinvolgenti, pensate per rafforzare l’impegno sociale e facilitate l’apprendimento. Finora la capacità dei pupazzi di catturare l’attenzione dei bambini con disturbi dello spettro autistico non era mai stata dimostrata in modo incontrovertibile, anche se molte esperienze dirette sembravano evidenziarne l’efficacia.

I risultati dello studio

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Per verificare la loro teoria, i ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti, durante i quali hanno esaminato i modelli di attenzione visiva dei bambini insieme a un gruppo di controllo di altri piccoli con sviluppo tipico, in risposta a un video che raffigurava una vivace interazione tra Violet, un pupazzo dai colori vivaci, e una controparte umana. I dati raccolti indicano che i modelli di attenzione dei bimbi con disturbo dello spettro autistico erano simili a quelli dei coetanei quando Violet parlava: entrambi i gruppi trascorrevano una proporzione siile di tempo a guardarla in faccia e mostravano una forte preferenza per il pupazzo parlante rispetto alle persona che era accanto a lui. “I nostri risultati evidenziano i vantaggi a livello di attenzione e affettività legati all’uso dei pupazzi che, si spera, possono essere sfruttati per aumentare gli sforzi terapeutici”.

 

La difficoltà nel riconoscere le espressioni facciali

Nel corso di un altro studio, condotto dall’Università di Trento e dalla Stony Brook University di New York, è emerso che la difficoltà nel codificare le emozioni per chi ha disturbi dello spettro autistico non dipende dalla capacità di codifica dei segnali neurali da parte del cervello, come si era sempre pensato, bensì dai problemi di traduzione delle informazioni”.

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