L'effetto del colesterolo “cattivo” sul cuore può dipendere anche dai geni: lo studio

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Lo ha sottolineato uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica “Circulation”, condotto dagli esperti di Allelica, una società di software legata alla genomica. Ne è emerso come, combinando le informazioni sul livello del colesterolo “cattivo” con quelle sul Dna, si possano identificare con più facilità le persone che sono a maggior rischio cardiovascolare e che sarebbe altrimenti difficile individuare, in base ai modelli di rischio tradizionali

Il colesterolo è una sostanza grassa necessaria al corretto funzionamento dell’organismo. Come spiega “Epicentro”, portale dell’Istituto Superiore di Sanità, in particolare partecipa alla sintesi di alcuni ormoni e della vitamina D ed è un costituente delle membrane delle cellule. Prodotto dal fegato, può anche essere introdotto con la dieta. Il suo trasporto attraverso il sangue è affidato ad una tipologia specifica di particelle, cioè le lipoproteine. Esistono quattro tipi di lipoproteine, classificate in base alla densità, inversamente proporzionale alla quantità di colesterolo nel sangue. Le più importanti per la prevenzione cardiovascolare sono LDL, o lipoproteine a bassa densità o HDL, o lipoproteine ad alta densità. Proprio sull’effetto del colesterolo LDL (il cosiddetto colesterolo "cattivo") sul rischio di sviluppare un infarto miocardico è stato sviluppato uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica “Circulation”.

I dettagli dello studio

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La ricerca, condotta e realizzata dagli esperti di Allelica, una società di software legata alla genomica, ha spiegato che questo rischio dipende anche dai geni e che, combinando le informazioni sul livello del colesterolo “cattivo” con quelle sul Dna, si possono identificare con più facilità le persone che sono a maggior rischio cardiovascolare e che sarebbe altrimenti difficile individuare, in base ai modelli di rischio tradizionali. Dalla ricerca, in particolare, è emerso come le persone con livelli medi di colesterolo LDL (130-160 mg/dl) ma con uno “score poligenico” elevato (Prs) possano correre un rischio equivalente di soffrire di malattie cardiovascolari e infarto, anche in paragone alle persone con ipercolesterolemia (> 190 mg/dl) ma che manifestano un Prs di valore medio. Il rischio poligenico, hanno sottolineato i ricercatori, rappresenta una misura del rischio di malattie di una persona basata sui suoi geni e si calcola combinando gli effetti di un gran numero di varianti genetiche nel genoma.

Il rischio di infarto o ictus

La ricerca, tra l’altro, ha dimostrato anche che le persone con punteggi poligenici elevati possono ridurre il rischio di malattia se mantengono livelli soddisfacenti e ottimali di LDL. “Il rischio di un individuo di avere un infarto o un ictus è determinato dall'interazione di molti elementi, essendo esso multifattoriale e poligenico. Questo studio suggerisce che i maggiori benefici dei farmaci che abbassano il colesterolo Ldl si otterrebbero negli individui con alti score di rischio poligenico”, ha commentato Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia. Le malattie cardiovascolari, hanno sottolineato infine gli esperti, rappresentano la principale causa di morte in Europa. Si stima siano quasi 4 milioni i decessi (il 43% del totale) nel 2016 legati a questa tipologia di patologie.

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