Il virus Zika possibile arma contro due tumori del cervello

Foto d'archivio: GettyImages
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Lo hanno dimostrato i ricercatori dell'università di San Paolo in uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Research: il tumore è regredito in 20 casi su 29, in due è addirittura sparito. Prossimo passo: la sperimentazione sull'uomo

Il virus Zika potrebbe diventare un’arma contro il tumore al cervello. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell'università di San Paolo in uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Research, che hanno condotto lo studio iniettando una piccola quantità di virus nel cervello malato di 29 topi: in 20 casi la massa tumorale si è ridotta, in due è sparita.

Lo studio

Zika è un virus neurotrofo, che si concentra cioè sul cervello. In laboratorio è stato iniettato nei topi colpiti da medulloblastoma e da tumore rabdoide teratoide atipico (ATRT), tumori maligni che di solito colpiscono i bambini sotto i cinque anni. Lo studio dal titolo “Zika virus selectively kills aggressive human embryonal CNS tumor cells in vitro and in vivo” ha dimostrato che introdotto in piccolo quantità in un cervello malato non entra in circolazione (non diventando dunque mortale) ed è in grado di ridurre il cancro. Non ha invece avuto effetto sulle cellule di altri tumori come quello della prostata, seno e colon: significa che attacca in modo specifico quelli del sistema nervoso centrale. Il tasso di sopravvivenza degli animali ne risulta aumentato anche perché le nuove particelle di virus che si formano nel tumore dopo l'iniezione sono meno virulente e non si diffondono per tutto il corpo. “È possibile che il tasso di sopravvivenza aumenti ancora di più se il trattamento viene fatto ad uno stadio iniziale del tumore", ha affermato Oswaldo K. Okamoto, uno dei ricercatori. Lo stadio della malattia delle cavie su cui è stato fatto l’esperimento era già avanzato e anche in casi in cui c’erano metastasi al midollo spinale, il virus è riuscito a eliminare il cancro.

Prossimo passo: l’uomo

Per il momento la ricerca è stata fatta su un numero limitato di animali, ma i risultati sono promettenti e fanno pensare a un futuro non troppo lontano in cui si possa sperimentare questo tipo di “terapia” anche all’uomo. I ricercatori brasiliani sono già al lavoro e ne stanno “già discutendo con gli oncologi", conferma Mayana Zatz, coordinatrice dello studio. 

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