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Cassazione: il feto durante il travaglio è una persona

Lazio
Foto di archivio (ANSA)

La sentenza mira a tutelare i diritti del nascituro, che viene considerato un uomo nel momento della "transizione dalla vita uterina a quella extrauterina". L'ostetrica che ha provocato la morte del bimbo risponde dunque di omicidio colposo, non di aborto colposo

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La Cassazione ha stabilito che il feto durante il travaglio deve essere considerato una persona a tutti gli effetti. Afferma infatti la Suprema Corte che nel contesto attuale "di totale ampliamento della tutela dei diritti della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela, che dal nascituro e al concepito si è poi estesa fino all'embrione", il feto, "benché ancora nell'utero", deve essere considerato un "uomo" durante il travaglio della gestante, nel momento cioè della "transizione dalla vita uterina a quella extrauterina". Dunque, un'ostetrica che per negligenza, imperizia o disattenzione provoca la morte del feto risponde di omicidio colposo, e non di aborto colposo, reato meno grave, senza neanche poter invocare la responsabilità del ginecologo o del medico anestesista, perché il monitoraggio del battito è un suo specifico compito. 

La conferma di condanna per un'ostetrica

Sulla base di queste considerazioni, che tengono conto dell'evoluzione "normativa e giurisprudenziale italiana e internazionale" nel campo dei diritti della persona, la Cassazione - verdetto 27539 della Quarta sezione penale, presidente Patrizia Piccialli - ha confermato la condanna per omicidio colposo a un anno e nove mesi di reclusione, pena sospesa, nei confronti di un'ostetrica di 44 anni, rea di non aveva adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio, somministrando invece alla gestante l'ossitocina per aumentare le contrazioni.  

Il caso

I fatti risalgono all'8 novembre 2008, nella clinica salernitana 'Villa del Sole'. Durante il travaglio, l'ostetrica continuava a rassicurare il ginecologo che tutto stava procedendo regolarmente. Invece il bimbo era nato morto, deceduto per asfissia, e i periti stabilirono che la congestione degli organi e lo stato di sofferenza fetale "non si era determinata in pochi minuti", ma in almeno mezz'ora. Se il monitoraggio fosse stato adeguato, il bambino, perfettamente sano, avrebbe potuto essere salvato ricorrendo al cesareo. Per la Cassazione "la tutela della vita non può soffrire lacune", e deve essere 'protetto' dalla legge anche il 'passaggio' dei nascituri nel canale uterino. In base a quanto accertato, c'era stata "una scorretta e superficiale esecuzione dei tracciati".

Negate le attenuanti generiche

"Assolutamente censurabile", inoltre, il comportamento dell'ostetrica, che "successivamente alla nascita del feto morto, aveva allegato alla cartella clinica" il tracciato di un'altra gestante, riferendo inoltre alla puerpuera che "il bambino era nato vivo e che lei stessa ne aveva verificato il battito cardiaco al momento della nascita". Per questo all'imputata, che aveva chiesto una condanna più mite per aborto colposo, sono state negate le attenuanti generiche. Il verdetto dei supremi giudici conferma la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Salerno il 6 marzo 2018, conforme a quella pronunciata dal Tribunale di Salerno il 16 luglio 2015.