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Il pil, il governo e le colpe degli altri

1' di lettura

Strada in salita per l'economia e per il governo gialloverde. Che punta il dito su dazi, guerre commerciali e governi (precedenti)

La doccia dell’Istat sul pil è fredda. Il governo sceglie la strategia dell’entrata graduale. Giuseppe Conte fa spoiling sulla recessione, il giorno prima dell’istituto di statistica. Se lo dico io fa meno effetto, avrà pensato. Forse. Magari è un po’ smontato l’effetto mediatico, ma la realtà non si sgonfia facilmente. La crescita in Italia (ma anche in Germania; e in questo caso: mal comune, male doppio) se tornerà nel 2019 sembra impossibile sia vicina a quella prevista dal governo, cioè l’1%. Significherebbe eguagliare la performance prevista a Berlino, cosa che non succede da tempi che io non ricordo. L’annuncio, sia il giorno prima che il giorno dopo, è condito da alcune contraddizioni. E qualche forzatura.

Tipo che i governi precedenti hanno mentito, perché hanno parlato di una crescita finta perché basata sull’export. E, quindi, non sulla buona salute della nostra economia ma su quella dei nostri partner commerciali. È una tesi che si può discutere. Basare i risultati positivi del pil sull’export, in realtà, è – insieme - una dimostrazione di forza e di debolezza. Forza, perché testimonia l’attitudine delle nostre eccellenze industriali (non solo delle grandi imprese, ma di tante piccole e medie) ad avere successo sui mercati esteri, spesso lontani e sempre difficili. Debolezza perché talvolta serve a coprire, in effetti, un problema di domanda interna insufficiente. Fino a poche ore fa, il ministro dello sviluppo economico – quasi a ogni uscita pubblica, lodava e benediceva i successi all’estero delle imprese italiane. Le magnifiche sorti e progressive dell’export. E la centralità delle pmi che guardano all’estero per i propri prodotti. Speriamo che Di Maio non cambi idea, solo perché cambiarla serve ad attribuire colpe ad altri. Perché un governo italiano – qualsiasi governo italiano – ha il dovere di aiutare l’export. Perché l’attitudine a competere e vincere su mercati difficili va, semmai, ulteriormente sviluppata legata com’è alla capacità di innovare e alzare la produttività di cui il sistema Italia ha urgente bisogno, pena la decrescita infelice.

Altra contraddizione. Questa non sottesa al ragionamento economico, bensì alle posizioni politiche. Conte e Di Maio, quasi all’unisono, hanno affermato che questa recessione (per il momento piccola, per il momento tecnica) è figlia delle guerre commerciali e dei dazi. E’ di certo una parte di verità. Solo che, dal punto di vista politico, dazi e guerre commerciali sono figli di quel nazionalismo economico di corto respiro che oggi chiamiamo sovranismo e che è tra i principi ispiratori dell’azione del governo Conte-Salvini-Di Maio.

Gli equilibrismi sono esercizi di abilità difficili e sono di solito concepiti per una durata limitata. Per un governo, meglio l’equilibrio.

Ps. Speriamo che anche questa recessione sia un equilibrismo, di durata limitata.  

Consigli per l’ascolto: “I’m Going Down”, Bruce Springsteen

 

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