Avvenire, Boffo si dimette: "Violentata la mia vita"

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Il direttore del quotidiano della Cei ha presentato le sue dimissioni con una lettera inviata al cardinal Bagnasco (che le ha accettate "con rammarico") in seguito all'attacco de Il Giornale, definito "smisurato, capzioso, irritualmente feroce"

Dino Boffo si è dimesso dalla direzione di Avvenire e altre due testate della Cei ( Tv2000 e Radio Inblu), con una lettera indirizzata al presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco. Prosegue così la polemica politica.
Nella lettera Boffo dice di essere "arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di Avvenire con effetto immediato".
Le dimissioni sono state accettate "con rammarico" dal cardinal Bagnasco, che ha confermato a Dino Boffo "personalmente e a nome dell'intero episcopato, profonda gratitudine per l'impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana, esprime l'inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico".

Nei giorni scorsi il quotidiano il Giornale diretto da Vittorio Feltri e di proprietà della famiglia Berlusconi, aveva attaccato Boffo, definendolo "privo dei titoli per fare il moralista", riferendosi alle posizioni critiche espresse dal quotidiano dei vescovi italiani nei confronti dello stile di vita di Berlusconi.
Il quotidiano aveva pubblicato un documento che richiama una vicenda giudiziaria risalente al 2001, quando Boffo fu oggetto di un decreto penale di condanna a una pena pecuniaria con l'accusa di molestie. "Si sta andando verso una sorta di killeraggio delle persone, un giorno tocca a uno e poi ad un altro. È la fine non della politica con la P maiuscola ma di un confronto rispetto alle idee", aveva commentato nelle scorse ore il Presidente della camera Gianfranco Fini.


Appena saputa la notizia delle dimissioni, in un articolo pubblicato sull'edizione on line de Il Giornale si afferma che Vittorio Feltri ha vinto la sua prima 'battaglia' da quando ha preso le redini del quotidiano di via Negri, secondo quanto riportato dalle agenzie. Lo stesso Vittorio Feltri ha però commentato così alle agenzie le dimissioni di Boffo: "Sono affari interni alla Chiesa. Io non pensavo minimamente a questo quando ho scritto e ho fatto scrivere le cose che hanno provocato tutto questo problema". E ancora: "Immagino che Boffo avesse i suoi buoni motivi per dimettersi la cosa che mi piacerebbe succedesse è che si tirassero fuori i documenti che provano che quanto scritto da il Giornale era del tutto fondato in maniera che si smettesse con attacchi sgangherati nei confronti del mio giornale e del sottoscritto, che degnamente lo dirige".

Le dimissioni arrivano proprio nel giorno in cui Dino Boffo ha pubblicato in penultima pagina di Avvenire, con richiamo in prima, un elenco di "dieci falsità" attribuite a il Giornale di Vittorio Feltri, che sette giorni fa ha rivelato una vicenda giudiziaria che lo aveva coinvolto anni addietro.
Nella rubrica "il direttore risponde", Boffo contesta una per una le accuse emerse in questi giorni, scegliendo una formula che ricorda le "dieci domande" di la Repubblica al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Ecco il testo integrale della lettera di dimissioni inviata da Dino Boffo al cardinale Bagnasco
"Da sette giorni la mia persona e' al centro di una bufera di  proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio,  web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della  mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volonta' dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L'attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che e' stato sferrato contro di me dal quotidiano 'Il Giornale' guidato da Feltri e Sallusti, e  subito spalleggiato da 'Libero' e dal 'Tempo', non ha alcuna  plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si e' mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non l'avra' domani".
"Qualcuno, un giorno, dovra' pur spiegare perche' ad un  quotidiano, 'Avvenire', che ha fatto dell'autonomia culturale e  politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni  civili l'atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che e' loro  dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e  sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non  mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei  governi presieduti dall'onorevole Berlusconi, dovra' spiegare, dicevo, perche' a un libero cronista, e' stato riservato questo inaudito  trattamento - prosegue Boffo - E domando: se si fa cosi' con i  giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile, nella  dialettica del giudizio, collaborativi, quale futuro di liberta' e di  responsabilita' ci potra' mai essere per la nostra informazione?  Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei  colleghi, il 'pro' e 'contro' di altri due di essi, e le mie tre  risposte ad altrettante lettere che 'Avvenire' ha dedicato durante  l'estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparira' ancora piu' chiaramente l'irragionevolezza e l'autolesionismo di questo  attacco sconsiderato e barbarico".
"Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per  l'onesta' intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si e' chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente  sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verita'  affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente  congegnata - scrive Boffo a Bagnasco - Fin dall'inizio si era trattato d'altro. Questa risultanza e' cio' che mi da' piu' pace, il resto  verra', io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che  da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari  notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera e' lungi  dall'attenuarsi e che la pervicace volonta' del sopraffattore e' di  darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedi'  sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo  stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che  l'aggredito era proprio il direttore del 'Giornale', e tutto questo  per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che  evidentemente si vuole ad oltranza".
"E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo:  io che c'entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali,  tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in  incubazione, io, ancora, che c'entro? Perche' devo vedere disegnate  geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all'ombra di questa mia piccola vicenda? E perche', per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di  nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero  invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il  rispetto fondamentale? Solo perche' sono incorso, io giornalista e  direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione? Mi si vuole a tutti i costi far  confessare qualcosa, e allora diro' che se uno sbaglio ho fatto, e'  stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato 'bagatellare', travestito  oggi con prodigioso trasformismo a emblema della piu' disinvolta  immoralita"'.
"Feltri non si illuda, c'e' gia' dietro di lui chi, fregandosi  le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa  insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in  questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l'operazione  e' presto diventata qualcosa di piu' articolato. Ma a me questo,  francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non  potro' mai dimenticare, nella mia vita, la coralita' con cui la Chiesa e' scesa in campo per difendermi: mai - devo dire − ho sentito venir  meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede.  Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non  puo' gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si  sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui  non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a  servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La  Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per  quanto gratuitamente bersagliata". Per questi motivi, Eminenza carissima, sono  arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi  irrevocabilmente dalla direzione di 'Avvenire', 'Tv2000' e 'Radio  Inblu', con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che  sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre piu' attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi piu' seri e piu' incombenti e  piu' invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro. E poi  ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos'altro  dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, piu' impudico di  sempre, dira' che scappo, ma io in realta' resto dove idealmente e  moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia,  nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrera' potra'  turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da  me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio  amato Paese. In questo gesto, in se' mitissimo, delle dimissioni e'  compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione:  ora basta".
"In questi giorni - prosegue Boffo - ho sentito come mai la  fraternita' di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le  ringrazio della solidarieta' che mi hanno gratuitamente donato, e che  mi e' stata preziosa come l'ossigeno. Non so quanti possano vantare  lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del «loro»  direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano  spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che  sono l'eredita' piu' preziosa che porto con me. Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di 'Avvenire' per il bene che mi  ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non  sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa  magnifica solidarieta' mi ha espresso costantemente e senza cedimenti  in questi difficili giorni. Non li dimentichero'. La stessa  gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore  generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai  collaboratori, editorialisti, corrispondenti". "Gli obiettivi che 'Avvenire' ha raggiunto li si  deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, e'  scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So  bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa  e' la condizione perche' le ostilita' si plachino, capiranno che era  un sacrificio per cui valeva la pena".
"Eminenza, a me, umile uomo di provincia, e' capitato di fare  il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli  straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto  XVI: e' stata l'avventura intellettuale e spirituale piu' esaltante  che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei,  Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari  generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e  Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi e' stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico  secondo l'insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione".
"La Chiesa mia madre potra' sempre in futuro contare sul mio  umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio  di direzione al quotidiano 'Il Giornale', scriveva Giampaolo Pansa:  'Dalla carta stampata colera' il sangue e anche qualcosa di piu'  immondo. E mi chiedo se tutto questo servira' a migliorare la  credibilita' del giornalismo italiano. La mia risposta e' netta: no.  Servira' soltanto a rendere piu' infernale la bolgia che stiamo  vivendo'. Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai  un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po' meno arie e imparassimo ad essere un po' piu' veri secondo una misura meno meschina dell'umano. L'abbraccio,  con l'ossequio piu' affettuoso".


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