Introduzione
I miliardari della Silicon Valley sono riusciti a bloccare la Proposition 40, l'imposta straordinaria del 5% sulle grandi fortune destinata a finanziare la sanità pubblica. Con lo scrutinio ancora in corso, i contrari si attestano intorno al 56%. Si tratta di una vittoria schiacciante per i giganti del tech, ottenuta grazie a una mobilitazione finanziaria senza precedenti che ha superato i 379 milioni di dollari. Il verdetto stride con il quadro politico nazionale, che ha visto la concomitante sconfitta dell'amministrazione Trump e dei repubblicani a livello federale, confermando come in California il potere economico riesca ancora a determinare gli esiti delle urne.
Quello che devi sapere
La genesi della Proposition 40 e il buco nella sanità
La consultazione sul Billionaire Tax Act era stata promossa dal sindacato SEIU-United Healthcare Workers West per recuperare risorse essenziali dopo i pesanti tagli federali alla sanità decisi dall’amministrazione Trump. La misura prevedeva un’imposta straordinaria del 5% sul patrimonio netto imponibile dei residenti in California con una ricchezza superiore al miliardo di dollari. Secondo uno studio degli economisti Gabriel Zucman, Emmanuel Saez e Jasper Boll, riportato dal Fatto Quotidiano, i circa 250 super ricchi dello Stato versano attualmente solo lo 0,2% del proprio patrimonio sotto forma di imposte sul reddito. I promotori stimavano un gettito di 100 miliardi di dollari in cinque anni, da destinare per il 90% al sistema sanitario e per il restante 10% a istruzione e assistenza alimentare.
Una pioggia di milioni per fermare il prelievo
Per sventare la tassa si è attivata una macchina finanziaria che ha trasformato il voto nella consultazione referendaria più costosa della storia mondiale. Come calcolato da David McCuan, politologo della Sonoma State University, il fronte del No ha raccolto oltre 379 milioni di dollari, a fronte dei soli 33 milioni racimolati dai sostenitori della proposta. Tra i principali finanziatori si distingue Sergey Brin, cofondatore di Google, che ha versato più di 100 milioni di dollari al comitato "Building a Better California", seguito dall'ex Ceo di Google Eric Schmidt con 42 milioni. Insieme a loro, altri 27 miliardari hanno schierato il proprio potere economico per finanziare anche contromisure legali volte a neutralizzare la tassa.
La guerra degli spot e lo spettro della fuga fiscale
Il divario economico si è tradotto in una campagna mediatica asimmetrica, con il fronte del No capace di spendere in pubblicità 250 volte più dei promotori. I media sono stati inondati di spot incentrati sul rischio di una presunta "fuga dei miliardari", tesi cavalcata anche dal governatore democratico Gavin Newsom. Gli oppositori sostenevano che il trasferimento dei super ricchi avrebbe ridotto il gettito ordinario dello Stato, nonostante il testo della Proposition 40 includesse clausole retroattive per vincolare chi risiedeva in California a fine novembre 2025. A nulla sono valsi gli endorsement di sei premi Nobel per l’Economia – Stiglitz, Krugman, Acemoglu, Diamond, Banerjee e Duflo – nel tentativo di smentire i messaggi della campagna contraria.
L'impatto politico e il futuro della tassazione patrimoniale
Il voto californiano rappresenta una pesante battuta d'arresto per i movimenti che vedevano in quest'opportunità un'occasione ideale per inaugurare una nuova stagione di tassazione delle grandi fortune. Il fallimento della Proposition 40 frena la possibilità che un simile modello venga esportato a livello nazionale o internazionale. L'esito del referendum lascia aperta la discussione sugli equilibri democratici negli Stati Uniti, offrendo una chiara dimostrazione di come la concentrazione di ricchezza estrema sia in grado di arginare le minacce fiscali e di orientare il consenso degli elettori anche in uno degli Stati storicamente più progressisti del Paese.