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La grande Vienna ebraica, ovvero come una città si trasformò in una "gioiosa apocalisse"

4' di lettura

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Per venti anni la capitale dell’impero austro-ungarico fu uno straordinario laboratorio, affollato da scrittori, artisti e intellettuali di primo piano. Ora un saggio ne rievoca la storia, soffermandosi sulla comunità ebraica

Qualche nome, a caso. Il padre della psicanalisi (Sigmund Freud) e quello del positivismo logico (Ernst Mach), pittori del calibro di Gustav Klimt ed Egon Schiele e compositori come Gustav Mahler e Arnold Schoenberg, giuristi del livello di Hans Kelsen e scrittori di grande fibra come Stefan Zweig e Hugo von Hofmansthal. L’elenco è provvisorio e potrebbe a lungo continuare.  Sono solo alcune delle personalità che tra il 1890 e il 1910 si sarebbero potute incontrare passeggiando in centro a Vienna.

Una contraddizione inevitabile

A inizio Novecento la capitale dell'impero è un caso unico, o quasi: nessuna città, forse con la sola eccezione di Parigi, racchiude una tale densità artistica e intellettuale. Eppure – come racconta Riccardo Calimani in “La Grande Vienna ebraica”, da poco arrivato in libreria con Bollati Boringhieri (pp. 230, euro 13) – quasi nessuno tra i contemporanei si rende conto di questa scossa culturale. “Solo Apollinaire, in nome del radicalismo sperimentale e della scintilla della Secessione, intuì che a Vienna stava accadendo in molti campi del sapere qualcosa di assolutamente originale”.

È una cecità collettiva a prima vista incredibile, ma in realtà comprensibile e spiegabile. Alla creatività e al fervore intellettuale patrimonio di piccole minoranze si contrappone infatti in quegli anni una nutrita massa piccolo-borghese che trova il suo fieno mentale in una impostazione conservatrice e in uno impero ancora eccezionalmente feudale. La Mitteleuropa sta per volgere al crepuscolo e i germi della decadenza sono già ben vivi e vegeti al suo interno. Vienna rappresenta idealmente questa contraddizione, e in questo è, per utilizzare il folgorante ossimoro di un altro grande scrittore viennese di quegli anni (Herman Broch), una “gioiosa apocalisse”.

L’identità ebraica

Raccontare questa contraddizione non è facile: Calimani decide di farlo soffermandosi sulla comunità ebraica viennese. Una presenza e un'influenza che non si spiega solo coi numeri: “Vienna, pur avendo una minoranza ebraica che non superava il 10%, era una città ebrea sotto numerosi aspetti: nella psicologia, nella filosofia, nelle idee politiche, nel pensiero sociale, nell’economia, nel diritto, nella letteratura, nel teatro, nella musica. Gli ebrei – racconta Calimani – presero letteralmente d’assalto le strutture scolastiche della città tanto da fornire ai licei il 30% degli allievi”. A Vienna, tra il 1880 e il 1938 metà dei medici e degli avvocati era ebreo. Non solo. Per accedere alla magistratura o all’insegnamento all’università era necessario convertirsi e non è un caso che nel 1920 metà dei magistrati viennesi era di origine ebraica ma battezzata e cattolica.

Una storia densissima e drammatica

È proprio questa la parte più interessante del libro di Calimani: il grande dibattitto che in quegli anni si sviluppa sull’identità ebraica, sulla sua affermazione e anche sulla violenta negazione. Non è un aspetto squisitamente teorico ovviamente, e non solo perché deve fare i conti con il crescente antisemitismo. Per spiegarlo Calimani si sofferma su storie assai diverse tra loro (da Karl Kraus a Otto Weininger) e con grande sincerità e freschezza narrativa riesce a far riaffiorare anche temi quasi rimossi dalla vulgata contemporanea, come l’odio di sé ebraico. Finendo così con il restituire alcune pagine di notevole impatto, come quelle dedicate a un grandioso scrittore, Joseph Roth: “Dal piccolo villaggio ebreo era passato alle grandi capitali europei, Vienna, Berlino, Parigi. Aveva sposato la rivoluzione, ma ne era stato deluso. Era stato un elegante giornalista ed era morto come un povero ubriacone. Aveva rifiutato filosoficamente Dio, ma poi aveva accettato una religiosità ecclesiastica. Tra contraddizione e speranze, era stato un romanziere satirico e nostalgico. Roth si era proclamato ‘un razionalista con religione, un cattolico con religione ebraica’ che vedeva in un passato irrecuperabile l’innocenza perduta. ‘Agli ebrei credenti’ scrisse ‘rimane il conforto del cielo. Agli altri il viae victis’”. Il saggio di Calimani finisce così. E non potrebbe esserci finale più significativo per restituire la cifra di una storia collettiva densa e drammatica.

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