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Piazza Tienanmen, 30 anni fa la protesta finita nel sangue

4' di lettura

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 in Cina i carri armati mandati dal governo comunista uccisero centinaia di manifestanti, tra cui studenti, intellettuali e operai, che da settimane chiedevano una svolta democratica al regime

Il 4 giugno ricorrono i trent’anni della fine delle proteste di piazza Tienanmen a Pechino. Iniziate a metà aprile del 1989 in seguito alla morte del leader comunista riformista Hu Yaobang, vennero represse dall’Esercito di Liberazione Popolare su ordine del governo comunista che mal sopportava le insistenti richieste di maggiore libertà e democrazia. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno le forze armate fecero irruzione nella piazza con i carri armati e spararono sulla folla causando la morte di centinaia di persone (non c’è ancora oggi un bilancio certo delle vittime e diverse stime ne contano migliaia). Per l’occasione, il governo di Xi Jinping ha escluso ogni forma di commemorazione ufficiale e si è adoperato affinché il ricordo dell’avvenimento non venga rievocato con troppo clamore.

Oltre un mese di proteste

Le proteste ebbero inizio nell’aprile 1989, quando a seguito della morte dell'ex-capo del Partito comunista, Hu Yaobang, oltre 100mila studenti si riunirono per manifestare la loro insoddisfazione nei confronti del governo di Pechino. Denunciavano soprattutto una corruzione dilagante e la mancanza di sufficienti libertà civili come quella di stampa ed espressione, e chiedevano salari più equi e condizioni di vita migliori. La data ufficiale dell’inizio delle proteste può essere fatta risalire al 27 aprile, quando gli studenti provenienti da più di 40 università marciarono su piazza Tienanmen, luogo nel quale accorsero anche operai, intellettuali e altri funzionari pubblici per far sentire la loro voce.

La repressione nel sangue

Invece che smorzarsi in poche ore il movimento che occupò piazza Tienanmen crebbe di giorno in giorno arrivando a toccare in determinate occasioni oltre un milione di manifestanti. Dopo diverse minacce ed avvertimenti affinché la piazza fosse sgombrata, nella notte tra il 3 e il 4 giugno il governo ordinò all’esercito di intervenire con la forza. Il risultato fu un bagno di sangue che Deng Xiaoping, presidente della Commissione militare centrale, giustificò come una misura necessaria per mantenere l'ordine sociale e dare seguito ad un efficace progresso economico. Gli studenti, infatti, venivano accusati di complottare contro lo Stato e fomentare agitazioni di piazza.

Pechino, 'incidente' ha immunizzato la Cina

Ancora oggi le alte sfere del PCC continuano a sostenere la legittimità dell’intervento. Nei giorni scorsi il ministro della Difesa, il generale Wei Fenghe, ha dichiarato: "le proteste furono una turbolenza politica e il governo centrale, attraverso i militari, attuò le misure necessarie per calmare il tumulto. A posteriori possiamo dire sia stata la strada giusta perché ha preservato la stabilità del Paese". Linea sostenuta anche dal Global Times, uno degli organi di stampa del Partito Comunista Cinese, che in un editoriale intitolato "Il 4 giugno ha immunizzato la Cina dai disordini", sostiene che "l'incidente di piazza Tiananmen abbia avuto l'effetto di un vaccino sulla società cinese contro le principali turbolenze politiche degli anni successivi".

Censura e arresti

Nei giorni precedenti alla ricorrenza, nonostante la legge non impedisca di organizzate manifestazioni per ricordare il 4 giugno 1989, il governo cinese si è adoperato affinché il trentesimo anniversario non susciti troppo clamore. Secondo Reuters, infatti, Pechino avrebbe adottato sistemi per identificare in rete i contenuti contro il governo, impedendone la pubblicazione. Nello specifico diversi strumenti automatici sarebbero in grado di bloccare messaggi testuali ma anche immagini e registrazioni vocali relativi alle proteste di piazza Tienanmen. Inoltre Amnesty International denuncia che decine di attivisti per i diritti umani che intendevano evocare o commemorare la ricorrenza sono stati arrestati, posti agli arresti domiciliari o minacciati. "Trent'anni dopo quel bagno di sangue sarebbe il minimo che le vittime e le loro famiglie ricevano giustizia", ha affermato la direttrice delle ricerche sull'Asia di Amnesty International, Roseann Rif, "invece il presidente Xi continua a praticare la stessa politica di chi lo ha preceduto: perseguitare coloro che chiedono la verità nel tentativo di cancellare la memoria del 4 giugno".

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