Paolo VI, chi è il “Papa dimenticato” che si è battuto per Aldo Moro

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Arcivescovo di Milano dal 1954, venne eletto nel 1963. Fu il primo Pontefice a visitare tutti e cinque i continenti e si espose in prima persona per la liberazione del segretario della Dc rapito dalle Brigate Rosse. È stato proclamato santo da Papa Francesco

È stato definito “il Papa dimenticato”. Un uomo, secondo l’attuale Pontefice, il cui pontificato “fu un vero e proprio martirio”. Papa Francesco il 14 ottobre ha proclamato santo Paolo VI, una figura storica nella sua discrezione, che guidò la Chiesa in un tempo di passaggio, quello del Concilio Vaticano II e della sua immediata applicazione, che coincise con le contestazioni del 1968.

Arcivescovo di Milano tra tradizione e modernità

Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, prima di diventare Pontefice fu fedele collaboratore di Pio XI e soprattutto di Pio XII, del quale fu prima sostituto alla Segreteria di Stato e poi pro-segretario di Stato. Nel 1954, il cardinale Montini venne nominato arcivescovo di Milano dopo la morte del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster e, nel suo primo discorso come successore di Sant'Ambrogio, auspicò la pacificazione della "tradizione cattolica italiana con l'umanesimo buono della vita moderna. Una chiave di lettura, quella di conciliazione tra tradizione e modernità, che segnò poi tutto il suo pontificato, a partire dalla decisione di continuare e portare a termine il Concilio Vaticano II.

Il primo Papa che viaggiò in aereo

Montini venne eletto Papa e assunse il nome di Paolo VI il 21 giugno 1963, per poi essere incoronato in piazza San Pietro la sera di domenica 30 giugno. Fu il primo Pontefice a viaggiare in aereo e il primo a visitare tutti i cinque continenti. Neanche un anno dopo la sua elezione, come primo viaggio andò in Terrasanta.

L'attentato

Paolo VI fu anche vittima di un attentato il 27 novembre 1970 quando, atterrato all’aeroporto di Manila, nelle Filippine, venne ferito al costato con un kriss dal pittore boliviano Benjamín Mendoza y Amor Flores. La maglia insanguinata che indossava il Papa è conservata in un reliquiario realizzato dalla scuola di arte sacra Beato Angelico di Milano.

Il sequestro Moro e la morte

Uno degli episodi che segnò di più il pontificato di Paolo VI fu il sequestro Moro, una vicenda che spinse il Pontefice a incrinare il convenzionale muro eretto tra politica e Chiesa. Il 21 aprile del 1978, poco più di un mese dopo il rapimento del presidente della Dc, Paolo VI lanciò personalmente e pubblicamente, con una lettera diffusa su tutti i quotidiani nazionali il 21 aprile, un appello alle Brigate rosse per la liberazione "senza condizioni" dello statista. Pochi giorni dopo, il 6 maggio, come riportano atti giudiziari e parlamentari, il Papa parlò con monsignor Cesare Curioni, responsabile dei cappellani carcerari che aveva attivato diversi contatti per liberare Moro. All’incontro partecipò anche monsignor Fabio Fabbri, che davanti alla commissione Moro confermò poi di aver visto una grossa somma di denaro destinata al riscatto: mazzette di dollari, con fascette di una banca ebraica, del valore di circa dieci miliardi di lire. Tre giorni dopo, però, il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato in via Caetani a Roma. Da dove provenivano i soldi? E che fine fecero? Don Curioni è morto nel 1996 senza che il mistero fosse svelato, monsignor Fabbri ha detto di non saperlo e autorevoli fonti vaticane hanno ribadito di ignorare chi 40 anni fa procurò quella somma e dove finì il denaro. Paolo VI, poi, partecipò al rito funebre per Moro tenutosi il 13 maggio nella Basilica di San Giovanni in Laterano: venne criticato, specialmente da alcuni membri della Curia, per aver presenziato a una messa dedicata a un uomo politico, ma non mostrò alcun interesse per questo tipo di osservazioni. Da quel momento la sua salute andò peggiorando e, il 6 agosto 1978, alle 21:40, morì a causa di un edema polmonare.

Il carattere schivo e gli attriti nella Chiesa

Di carattere piuttosto timido e riservato, Paolo VI era un uomo capace di controllare completamente le sue emozioni e soprattutto di soffrire in silenzio per la Chiesa. "Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio - scrisse il giorno dopo la chiusura del Concilio - non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva". Il cardinale Giovanni Angelo Becciu ha ricordato anche le incomprensioni che il Papa bresciano ebbe con i suoi più stretti collaboratori, in particolare con il cardinale Sunens, che gli era personalmente amico ma contestava la lentezza con la quale venivano applicate le riforme richieste dal Concilio. E con il cardinale Tisserant che gli rimproverò pubblicamente di aver escluso gli ultraottantenni dal Conclave. "Paolo VI - ha ricordato Becciu - ha conosciuto personalmente i grandi drammi del XX secolo: le due Guerre Mondiali, i sistemi totalitari, e poi la violenza estrema del terrorismo. Ma non mancarono le spinose questioni anche all'interno della comunità cristiana: gli anni dell'immediato post-concilio furono i più difficili, ma se Paolo VI certo non era il Papa del sorriso, aveva una serenità interiore che gli permetteva di affrontare tutte le situazioni, come si è visto con il suo appello alle Brigate Rosse per salvare la vita ad Aldo Moro".

I punti in comune con Papa Francesco

Il “Papa dimenticato”, tuttavia, non lo è pe rl’attuale Pontefice, che per descrivere la "Chiesa povera per i poveri" lo cita spesso. L'eredità montiniana si intreccia con le radici conciliari di Francesco: il nodo è il Vaticano II, le resistenze e le incomprensioni incontrate da Paolo VI sia in ambienti conservatori sia in quelli progressisti, un clima che rese molto faticosa l'internazionalizzazione della Curia Romana con l'istituzione di nuovi Dicasteri e soprattutto l'istituzione del Sinodo dei Vescovi.

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