L’incredibile storia di Jan Zwartendik e di come salvò migliaia di ebrei dalla Shoah

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Nel 1940 il direttore di una filiale lituana della Philips diventato console onorario a Kaunas riuscì a realizzare una via di fuga per migliaia di persone grazie all’aiuto di un console giapponese 

È una storia incredibile, eppure in qualche modo è una storia che abbiamo per fortuna in parte già sentito quella che racconta Jan Brokken nel suo ultimo libro (“I giusti”, Iperborea, traduzione di C. Cozzi, pp. 634, euro 19,50). Ha per protagonista Jan Zwartendik, un cittadino olandese che di mestiere fa il direttore di una filiale lituana della Philips. Zwartendik non è quindi un diplomatico, ma all'inizio degli anni Quaranta si ritrova a coprire il ruolo di console onorario a Kaunas, in Lituania. E la Lituania, nel 1940, è l’unico Paese europeo che accoglie ancora i profughi, anche se è un Paese ormai schiacciato tra Hitler e Stalin.

L’escamotage diplomatico

Cosa fa Zwartendik in quelle concitate settimane? Collauda un incredibile escamotage diplomatico con l’obiettivo di salvare la vita a migliaia di ebrei. Decide così di scrivere su poco più di duemila passaporti che per andare a Curacao (nelle Antille olandesi) non occorre alcun visto. Poche righe che diventano una via di fuga insperata per migliaia di ebrei stretti a Kaunas dalla morsa nazista. Il piano di Zwartendik non si potrebbe però realizzare senza la collaborazione di un altro diplomatico, il giapponese Chiune Sugihara, che a sua volta firma in bianco dei permessi di transito per il Giappone. È un apporto decisivo: la Germania ha già sbarrato la via atlantica ed occorre passare lungo la Transiberiana per tentare una via di fuga. Alla fine di quelle settimane, e anche grazie al contributo di Sugihara, il console rilascerà 2149 documenti, ognuno dei quali servirà a un’intera famiglia.

La morte e il dubbio di non aver aiutato gli ebrei

Zwartendik morirà nel 1973 senza sapere se e quanto il suo piano abbia funzionato: nel dopoguerra solo tre o quattro delle famiglie sopravvissute si faranno vive con lui e il console onorario resterà nel dubbio di aver prodotto documenti inutili se non addirittura controproducenti. Solo poco dopo la sua morte, l’Holocaust Research Center di Gerusalemme riuscirà a stimare la portata di quell’operazione, scoprendo che il 95% dei possessori dei suoi lasciapassare, cioè tra le seimila e le diecimila persone, erano scampate alla Shoah.

Un grande mosaico di testimonianze 

È vero: la storia di Zwartendijk ricorda altre vicende; in Italia, la memoria corre inevitabilmente a un altro dei Giusti tra le Nazioni, l’italiano Giorgio Perlasca, che – fingendosi console generale spagnolo – salvò la vita ad oltre cinquemila ebrei ungheresi.

Il libro di Brokken non si esaurisce però qui. Il narratore olandese ha il grande merito di ricostruire una storia molto più complessa e sfumata, grazie a un mosaico denso e composito, composto dalle centinaia di storie e di testimonianze biografiche dei salvati. Per farlo – come già accaduto in “Anime baltiche”, il suo libro  più amato dai lettori italiani – non si avvale dello sguardo dello storico ma del narratore documentato. Ripescando dall’oblio una grande storia e contribuendo così a risarcire la memoria di un uomo finora ingiustamente ignorata.

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