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Intifada, cosa sono e cosa rappresentano le tre rivolte palestinesi

Foto: Archivio Fotogramma
4' di lettura

Il termine, che in arabo vuol dire "sussulto", assume il significato di "sollevazione" nel momento in cui ci si riferisce alle rivolte arabe nate per metter fine alla presenza israeliana in Palestina. La prima scoppiò nel 1987, seguita da quelle del 2000 e del 2015

Intifada è un termine che tradotto letteralmente dalla lingua araba vuol dire "intervento" o "sussulto". In realtà, col passare del tempo, questa parola ha assunto il significato di "rivolta", "sollevazione". Nello specifico, Intifada è entrato nel vocabolario d’uso comune perché è con questo nome che sono conosciute le rivolte arabe nate per porre fine alla presenza israeliana in Palestina. La prima è del 1987, la seconda del 2000 e la terza del 2015. Rappresentano uno degli aspetti più significativi negli anni recenti del conflitto israelo-palestinese.

L’intifada delle pietre

La prima Intifada scoppiò il 9 dicembre 1987, a causa di un incidente provocato il giorno prima da un autotreno delle forze militari israeliane che colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza a Jabaliyya, un campo profughi di 60mila persone. In quell’occasione morirono quattro uomini palestinesi: gli abitanti della Striscia interpretarono l’incidente come una vendetta di Tel Aviv per l’omicidio di un cittadino ebreo avvenuto nelle settimane precedenti nel mercato di Gaza. Fu quello il primo passo verso una forte protesta contro Israele, che si espanse in diversi campi profughi e raggiunse anche Gerusalemme con il lancio pietre e molotov contro le forze dell’ordine e i militari. Da qui il nome di "Intifada delle pietre": una sommossa talmente imponente che rese difficile la controffensiva israeliana. In realtà, dietro al casus belli dei due furgoni colpiti c'erano ragioni ben più profonde che portarono all'Intifada: l'occupazione militare israeliana del Libano meridionale e il continuo coinvolgimento militare israeliano nella Cisgiordania e a Gaza furono motivo di un crescente malcontento da parte del popolo arabo-palestinese. Inoltre, ad accentuare la protesta, c'erano le continue repressioni da parte di Israele con arresti di massa, demolizioni di case e deportazioni. La conclusione della prima Intifada, in cui morirono più di 1.500 palestinesi e più di 100 israeliani, arrivò soltanto nel 1993 dopo gli storici accordi di Oslo e la successiva creazione dell’Autorità nazionale palestinese, ovvero l’organismo nato per il controllo nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.

L’Intifada di Al-Aqsa

Dalla prima alla seconda Intifada passarono esattamente sette anni. Il 28 settembre del 2000, infatti, esplose a Gerusalemme la rivolta palestinese nei confronti dell’esercito israeliano. In quell’occasione, a scatenare le proteste fu la visita di Ariel Sharon, allora capo di Stato del governo di Tel Aviv, alla spianata delle Moschee, luogo storicamente rivendicato dagli arabi e considerato sacro. La presenza di Sharon fu interpretata come una provocazione da parte dei palestinesi e, ad aggravare ulteriormente la situazione, pesavano i falliti colloqui di pace tra Israele e Palestina a Camp David, nel vertice del luglio 2000. Negli scontri che seguirono, particolarmente significativa fu l’uccisione, ripresa dai media, di un ragazzino palestinese di 12 anni morto tra le braccia di suo padre. La seconda Intifada risultò ancora più violenta di quella del 1987: furono diverse le azioni di guerriglia e gli attentati kamikaze attuati in numerose città israeliane e non vennero risparmiati locali affollati e pubblici. Non meno violenta fu la repressione dell’esercito di Sharon, culminata il 29 marzo 2002 con la più imponente operazione in Cisgiordania dopo la guerra dei sei giorni del 1967. Un’offensiva che portò all’occupazione delle più grandi città palestinesi. Tra queste, anche un’incursione a Ramallah che portò all’isolamento di Yasser Arafat, l’allora presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Le violenze terminarono soltanto cinque anni dopo, esattamente l’8 febbraio 2005, quando Ariel Sharon e Abu Mazen, che nel frattempo aveva preso il posto di Arafat (deceduto nel novembre del 2004) alla guida dell’Autorità nazionale palestinese, proclamarono lo stop agli scontri. Questa seconda Intifada prese il nome di Intifada di "Al Aqsa", ovvero la moschea più importante della spianata a Gerusalemme. Il bilancio finale fu di 4.700 morti, la maggior parte dei quali appartenenti al popolo palestinese.

L’Intifada dei coltelli

Non fu violenta come le prime due, tanto che alcuni storici non la considerano neppure una vera e propria Intifada quella scoppiata nell’ottobre del 2015, detta "Intifada dei coltelli". Si trattò di una violenta forma di lotta che avvenne in un periodo molto difficile nei negoziati di pace tra Israele e Palestina. Nello specifico, decine di israeliani in Cisgiordania, a Gerusalemme e in altre zone del Paese, vennero uccisi con numerosi attacchi con coltelli o investiti volontariamente da veicoli guidati dai terroristi. In questo caso, però, le insurrezioni palestinesi non ebbero mai l’appoggio delle organizzazioni ufficiali della resistenza. Un’Intifada, questa, che durò poco tempo, nata quasi spontaneamente su iniziativa di alcuni giovani rivoluzionari.

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