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La Giornata internazionale del popolo Rom: cos’è e perché si festeggia

La bandiera del popolo Rom (Getty Images)
9' di lettura

Si celebra l’8 aprile e la sua origine risale al primo congresso internazionale del popolo Rom del 1971. Da allora, il riconoscimento della cultura Rom, così come delle discriminazioni subite dai suoi appartenenti, fanno parte dell’agenda di diverse istituzioni

L’8 aprile è la Giornata internazionale del popolo Rom, il Romano Dives. L’occasione è stata istituita in tutto il mondo per celebrare la cultura rom e per tenere alta l’attenzione sui problemi e le discriminazioni subite da questo popolo. Riconosciuta dall’Onu, la data dell’8 aprile è stata scelta per ricordare il primo congresso internazionale del popolo Rom del 1971.

La nascita della Giornata internazionale

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e lo sterminio di Rom e Sinti da parte dei nazifascisti, nasce in Europa un movimento che nel 1971 promuove il primo congresso mondiale del popolo Rom (dal 7 al 12 aprile). Durante il summit, tenutosi a Chelsfield, vicino Londra, intellettuali e attivisti rom si confrontano e si interrogano sulle basi della propria cultura e del proprio popolo, definendone i contorni. Da quel congresso nasce quindi la Romani Union, la prima associazione mondiale dei Rom riconosciuta dall'Onu nel 1979. Ma sarà 11 anni dopo, nel 1990, che durante il quarto congresso mondiale della International Romani Union verrà stabilita ufficialmente la data dell’8 aprile come la Giornata internazionale dedicata a Rom e Sinti.

La storia del popolo

Gli antenati del popolo Rom provengono dall’India (la lingua romaní è legata al sanscrito) e migrano in Europa portando con sé idioma e tradizioni. La parola “Gypsy” (gitano, in inglese) deriva dal termine “Egyptian” e riflette l’errata credenza secondo cui i Rom provengono dall’Egitto (secondo la leggenda, infatti, i popoli romaní sarebbero discendenti da Ismaele, figlio che Abramo ebbe dalla sua schiava Agar). Molti Rom rifiutano però questo termine (Gypsy/gitano) perché dispregiativo e preferiscono altri appellativi come, appunto, Rom, Sinti o Manush (tutte parole che derivano dai termini romanì per “uomo”, “umano” o “persona”).
Storicamente, i Rom in Europa subiscono diverse forme di esclusione e intolleranza, intervallate da periodi di pace e persino visioni romantiche della loro vita. Ma molto spesso questo gruppo viene sottoposto a espulsioni e arresti solo sulla base della sua etnia. Nel XVIII secolo, per esempio, sotto l’Impero Asburgico, i Rom vengono esiliati se non accettano di sottostare alla formazione imposta loro dalle autorità. I loro figli vengono portati via dalle case per essere “ri-educati” e la lingua e i costumi rom vengono vietati. In alcune regioni i Rom diventano schiavi della corona, della nobiltà e del clero. Una situazione che cessa solo con la fondazione della moderna Romania, nella metà del XIX secolo.
Durante la Seconda guerra mondiale e il dominio nazifascista, centinaia di migliaia di Rom vengono sterminati in un vero e proprio genocidio. I numeri precisi non sono disponibili ma le stime più affidabili parlano di almeno 500mila persone. Dopo il conflitto, i Rom che vivono nei Paesi dell’Est Europa (la maggior parte) vengono “integrati” dai regimi comunisti ma finiscono per essere esclusi dal mondo del lavoro o per compiere i mestieri più umili. La loro lingua viene vietata, la loro libertà di movimento limitata e le proprietà private confiscate.

I gruppi, le lingue, la cultura

Il sito della Commissione Europea sottolinea che il termine “Rom”, usato nella maggior parte dei documenti e delle discussioni ufficiali, “si riferisce in realtà a una varietà di gruppi di persone che si autodefiniscono come Rom, gitani, Manush, Sinti, Kalé, Ashkali, ecc...”. I gruppi e sottogruppi in cui è diviso il popolo Rom e le altre etnie romanì sono molteplici, parlano un'ampia varietà di dialetti (che costituiscono, appunto, la lingua romaní) e abitano in zone diverse del mondo. Si stima che siano intorno ai 15 milioni, ma un numero preciso non è disponibile: molti di loro non si fanno registrare come di etnia rom per evitare discriminazioni. Solitamente adottano la religione del Paese di residenza e sono quindi ortodossi, cattolici, musulmani, ecc... Per quanto riguarda la struttura sociale, non è facile stabilire canoni precisi, data appunto l’eterogeneità all’interno anche degli stessi gruppi. Di certo si può affermare che la famiglia è la struttura base della comunità, intesa sia come famiglia più stretta sia quella dei parenti più lontani. Infine, pur non avendo un Paese unico in cui risiedono, i Rom hanno una propria bandiera riconosciuta in diversi Stati. L’insegna è stata ufficializzata nel Congresso del 1971 e raffigura una ruota rossa su sfondo blu e verde (questi colori rappresentano il paradiso e la terra). La ruota con 16 raggi simboleggia lo spirito errante dei Rom. Esiste poi un inno ufficiale, intitolato "Gelem Gelem" (o "Djelem Djelem").

I numeri dei Rom in Europa

Secondo l’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra), la popolazione Rom e Sinti residente in Europa è di circa 10-12 milioni di persone. Di queste, più o meno 6 milioni sono quelle che vivono nei Paesi dell’Ue e la maggioranza sono cittadini europei. Con questi numeri, i Rom costituiscono la minoranza etnica più diffusa nel Vecchio Continente. La maggior parte si trova in Romania (oltre 2 milioni) ma dati rilevanti si registrano anche in Spagna, Ungheria e Bulgaria (circa mezzo milione). Si tratta comunque sempre di stime: censimenti definitivi sono inesistenti.

Discriminazione e razzismo

Violenza causata dall’odio razziale, negazione della cittadinanza e dei diritti economici, esclusione sociale, povertà: sono solo alcuni dei problemi che il popolo Rom ha affrontato e, in diversi casi, continua ad affrontare oggigiorno. Più in generale, i Rom si trovano spesso vittima di pregiudizi, stereotipi e odio razziale. Particolarmente accese sembrano le discriminazioni che questo popolo subisce nei Paesi dell’Est Europa, dov'è più numeroso. All’inizio degli anni 2000, il problema inizia a occupare le agende di molti organismi internazionali. L’Osce, già nel 1990, riconosce per la prima volta in via ufficiale i problemi legati alle violazioni dei diritti umani del popolo Rom (Dichiarazione di Copenaghen). Il Consiglio d’Europa, inoltre, lancia ripetutamente i propri allarmi circa le condizioni di vita nei Paesi europei, emanando osservazioni e pareri agli Stati membri. Anche l’Unione Europea si muove in questo senso: nel 2005 e nel 2006 il razzismo nei confronti delle popolazioni Rom è oggetto di una risoluzione del Parlamento europeo, il primo testo ufficiale che parla di “antiziganismo” (termine con cui si identifica il pregiudizio e l’odio nei confronti dei Rom e che è stato poi riconosciuto a livello internazionale). Nel 2010 e nel 2011 la Commissione emana comunicazioni e richieste in favore dell’integrazione economica e sociale dei Rom nei Paesi membri. Nel quadro dell’Ue esiste poi un “Framework for National Roma integration stategies”, inaugurato nel 2008, che invita i singoli Stati a impegnarsi in quattro direzioni: educazione, impiego, sanità e politiche abitative.

I Rom in Italia

Secondo quanto riporta l’Associazione 21 luglio, “la presenza in Italia di Rom, Sinti e Caminanti è stimata dal Consiglio d’Europa in una forbice molto ampia, compresa tra le 120mila e le 180mila persone, che costituirebbe comunque una delle percentuali più basse registrate nel continente europeo”. In questo numero sono compresi coloro che risiedono in Italia da moltissime generazioni (alcuni anche da secoli) e hanno la cittadinanza italiana (circa la metà del totale) e chi è cittadino di altri Paesi o proviene da flussi più recenti. Nel giugno 2018 il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato, sollevando moltissime polemiche, di voler fare un “censimento” dei Rom in Italia. Intenzione poi sospesa. Nel nostro Paese, la stragrande maggioranza dei Rom è stanziale: la loro natura “nomade” appartiene infatti al passato, nonostante molti continuino a identificarli con questa caratteristica. Anche se l’articolo 6 della Costituzione italiana tutela le minoranze linguistiche, i Rom non sono riconosciuti come tali malgrado l’esistenza della lingua romanì, con i suoi diversi dialetti. È comunque vero che la maggior parte dei Rom italiani parlano la lingua italiana: il romanì è quasi del tutto scomparso ed è ormai utilizzato solo dai più anziani.

Discriminazione ed emergenza abitativa in Italia

Discriminazione, razzismo e difficoltà di accesso ai servizi economici e sociali sono problemi che caratterizzano la vita di molti Rom anche in Italia. Nel 2017, ad esempio, l’Osservatorio 21 luglio ha registrato un totale di 182 episodi di discorsi d’odio nei confronti di Rom e Sinti, di cui 51 sono stati classificati di una certa gravità. Negli anni, diverse istituzioni internazionali (organismi dell’Onu e dell’Ue, oltre che Ong e associazioni indipendenti) hanno riscontrato come nel nostro Paese si manifesti una “continua discriminazione e segregazione abitativa”, oltre che situazioni preoccupanti nell’ambito della dispersione scolastica e delle politiche di genere. Sgomberi e spazi abitativi considerati sotto gli standard internazionali sono finiti più volte sotto la lente di ingrandimento di questi organismi. Secondo una mappatura condotta nel 2017 dall’Associazione 21 luglio, "è possibile quantificare in circa 26mila unità (pari allo 0,04% della popolazione italiana) le persone di etnia Rom e Sinti che vivono in emergenza abitativa in Italia e, nel caso specifico, in baraccopoli formali (gestite da autorità pubbliche), in baraccopoli informali (insediamenti spontanei in aree pubbliche: 'campi abusivi'), in micro-insediamenti, in centri di raccolta rom (in genere organizzati dopo che avvengono sgomberi)”. Il 55% di loro ha meno di 18 anni e, si stima, l’aspettativa di vita di chi vive nelle baraccopoli è di 10 anni inferiore a quella della popolazione italiana. Le cosiddette “baraccopoli formali” sono 148, presenti in 87 comuni italiani. Si stima che il 43% delle persone che vivono al loro interno abbia la cittadinanza italiana. Viceversa, l’86% di chi vive nei campi abusivi o nei micro-insediamenti è di origine rumena (i rimanenti sono in prevalenza bulgari). Le più grandi baraccopoli “informali” sono concentrate nella regione Campania, mentre è Roma la città con il maggior numero di baraccopoli “formali” (17) e di micro-insediamenti informali (circa 300). Ed è proprio a Roma che si sono verificati spesso episodi e polemiche legate alla presenza di campi Rom o al loro sgombero. All’inizio di aprile 2019, ad esempio, un gruppo di residenti della periferia est della città ha inscenato una protesta (con cassonetti dati alle fiamme e cibo rovesciato in strada) per l'arrivo di alcune famiglie rom in una struttura nelle vicinanze.

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