Super El Niño, l'Oceano Pacifico rompe un record vecchio millenni: mari mai così caldi

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La temperatura media della superficie degli oceani ha toccato la settimana scorsa quasi 21°C, un massimo che secondo il Washington Post non si registrava da migliaia di anni. A spingere il dato è un El Niño da record in formazione nel Pacifico, mentre le ondate di calore marino interessano ora il 42% dei mari del pianeta

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La superficie degli oceani non è mai stata così calda, almeno da migliaia di anni. La temperatura media globale del mare ha raggiunto la settimana scorsa quasi 21°C (poco meno di 70 gradi Fahrenheit), stabilendo un nuovo primato (negativo) secondo i dati del servizio europeo Copernicus Climate Change Service ripresi dal Washington Post. A spingere il termometro è un El Niño da record in via di formazione nel Pacifico, mentre vaste porzioni dei mari del pianeta restano sotto l'effetto delle ondate di calore marino.

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Un record che dura da millenni

Il nuovo massimo supera il precedente primato, registrato nel marzo 2024. Secondo la ricostruzione riportata dalla testata statunitense, il valore raggiunto lo scorso 21 agosto sarebbe il più alto dell'intero Olocene, l'epoca geologica cominciata circa 12mila anni fa. Alcuni studiosi si spingono oltre: il professore Ryan Katz-Rosene dell'Università di Ottawa ha scritto su X che le temperature potrebbero essere le più elevate addirittura dall'ultimo periodo interglaciale, tra 123mila e 128mila anni fa.

 

Le temperature degli oceani del passato remoto vengono ricostruite analizzando le carote di sedimenti marini: contengono microfossili la cui composizione chimica conserva traccia della temperatura dell'acqua in cui si sono formati. È da qui che arriva la stima secondo cui i mari sarebbero oggi più caldi che in qualsiasi momento degli ultimi 12mila anni.

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Cos'è El Niño e perché fa paura

El Niño è una fase ciclica del sistema climatico che si innesca nel Pacifico tropicale, quando le acque superficiali della fascia equatoriale si riscaldano più del normale. Il fenomeno altera la circolazione atmosferica su scala globale e tende a far salire le temperature medie del pianeta, influenzando piogge, siccità e traiettorie delle tempeste in aree anche molto distanti tra loro. Un El Niño particolarmente intenso, come quello in formazione, amplifica questi effetti e contribuisce a spingere verso l'alto i record di calore, in mare e sulla terraferma.

El Niño e La Niña, le due facce del Pacifico

El Niño non agisce da solo: è una delle due fasi opposte di un unico oscillatore climatico, l'Enso (El Niño-Southern Oscillation). Quando le acque del Pacifico equatoriale si scaldano oltre la norma si parla di El Niño; quando invece si raffreddano subentra La Niña, la fase "fredda", che tende a smorzare le temperature globali e a ridistribuire piogge e siccità in modo speculare. Le due condizioni si alternano in modo irregolare, ogni due-sette anni, separate da fasi neutre. L'attuale El Niño è arrivato proprio dopo l'esaurimento della debole La Niña del 2025-2026.

Cosa attendersi nei prossimi mesi

Le previsioni convergono su un rafforzamento del fenomeno. Secondo l'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), El Niño continuerà a intensificarsi fino a diventare un evento "forte" tra agosto e ottobre, con anomalie di temperatura della superficie del mare attese oltre i 2,9°C nelle aree di monitoraggio del Pacifico. La Noaa statunitense stima che l'evento possa toccare livelli storicamente intensi tra ottobre e dicembre e assegna una probabilità del 97% che duri almeno fino alla prossima primavera. Alcuni modelli lo indicano come il più potente da quando esistono le rilevazioni, cioè dal 1950. La stessa Noaa avverte però che un El Niño da record potrebbe produrre effetti atmosferici mai osservati prima, diversi da quelli tipici del fenomeno. Sul fronte degli uragani, il Pacifico più caldo alimenta le tempeste nel bacino centro-orientale ma frena la formazione di cicloni nell'Atlantico, dove è attesa una stagione sotto la media.

Le conseguenze: tempeste, piogge estreme e caldo

Il surplus di calore accumulato dagli oceani ha già lasciato il segno. Il Pacifico più caldo ha alimentato tempeste violente, come l'uragano Lala nei pressi delle Hawaii, e ha creato una riserva di umidità aggiuntiva che ha contribuito alle recenti precipitazioni estreme negli Stati Uniti. Lo stesso eccesso di calore ha rafforzato le ondate di afa dell'estate europea.

Il fenomeno delle ondate di calore marino, secondo i dati della NOAA citati dal Washington Post, interessa oggi il 42% degli oceani del pianeta. Solo nel Pacifico coprono un'area pari a nove volte la superficie degli Stati Uniti continentali: un contributo decisivo al nuovo primato globale delle temperature del mare.

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