Jared Kushner e i rappresentanti del Board of Peace hanno incontrato il premier israeliano a Gerusalemme. Al centro del confronto il futuro della Striscia e le condizioni per avviare la ricostruzione. Secondo le fonti citate, Israele chiede il completo disarmo di Hamas prima del ritiro dell'Idf. Trump intanto ha invitato Tel Aviv a non attaccare. Sul vertice pesa anche il voto delle primarie del Likud
L’inviato speciale americano Jared Kushner e i rappresentanti del Board of Peace hanno incontrato a Gerusalemme il premier Benjamin Netanyahu per blindare i dettagli del Piano per Gaza. Il vertice arriva a sole ventiquattro ore dai delicatissimi colloqui avviati con i leader di Hamas in Egitto. Ma a pesare sul tavolo è soprattutto la coincidenza temporale: il faccia a faccia si è tenuto nel giorno delle primarie del Likud, il partito del primo ministro. Una concomitanza che gli emissari statunitensi liquidano come casuale, ma che per molti osservatori ha il sapore di una mossa politica calcolata al millimetro (SEGUI IL LIVEBLOG SUL MEDIORIENTE).
Trump: "Sarebbe meglio se gli israeliani non attaccassero Gaza"
Il presidente Donald Trump ha affidato il suo avvertimento per Bibi a un'intervista a Fox News: "Sarebbe meglio se gli israeliani non attaccassero Gaza", ha detto, assicurando che "Hamas ha accettato di deporre le armi". Questa la linea rossa della Casa Bianca, che vuole escludere dall'iter di pace gli omicidi mirati nell'enclave. Un'indicazione di fatto già accettata da Netanyahu a inizio mese, come dimostra la drastica diminuzione degli ultimi giorni dei raid dell'Idf. Circostanza più volte bocciata dal ministro messianico di ultradestra Itamar Ben Gvir che, parlando in un podcast nei giorni scorsi, ha lanciato l'ennesima provocazione (anche in favore di voto): "Penso che a Gaza debbano essere effettuate uccisioni mirate, eliminando 30 o 40 ogni notte. Non soltanto coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone lì che non meritano di vivere. Non sono nemmeno persone", ha dichiarato.
Il vertice Netanyahu-Board of Peace
Alla lunga riunione di lunedì hanno preso parte per il Board il direttore esecutivo Nickolay Mladenov e l'ex premier britannico Tony Blair, consigliere dell'organismo, per la parte israeliana il capo dello Shin Bet David Zini e il direttore dell'intelligence militare Shlomi Binder. Per gli Usa l'ambasciatore Mike Huckabee. Secondo una fonte politica di Channel 12 'molto ben informata' sull'incontro, le parti hanno concordato che non verrà effettuata alcuna ricostruzione a Gaza senza il completo disarmo di Hamas, che deve consegnare tutte le armi - leggere e pesanti - affinché vengano distrutte alla Forza internazionale di stabilizzazione (Isf), guidata dal generale Usa Jasper Jeffers (il contingente multinazionale di peacekeeping pianificato per la Striscia con base nel sud di Israele). Secondo una fonte del Board of Peace che ha parlato con Ynet, "c'è accordo sulla completa smilitarizzazione di Gaza e solo successivamente sul ritiro israeliano". Ossia, diversamente da come chiede Hamas.
Kushner: "Nessuna ricostruzione senza smilitarizzazione"
L'inviato Usa Kushner durante l'incontro avrebbe ripetuto la frase: "Non c'è nulla da ricostruire prima che la Striscia sia smilitarizzata". Una fonte del Consiglio ha detto a Channel 12 che "non ci sono grandi divergenze con Israele: nessuno di noi ha fiducia in Hamas. Se vedremo che la milizia comincerà a consegnare le armi, allora sarà un primo segnale che qualcosa di concreto sta accadendo". Kushner avrebbe sostenuto la posizione di Netanyahu rispetto alla libertà di azione sugli omicidi mirati "quando si presenta una minaccia", ma gli Usa chiedono di definire meglio il concetto di "minaccia", che deve essere "imminente". Le parti hanno anche parlato della possibilità di istituire un meccanismo con una presenza militare Usa che verifichi e autorizzi gli attacchi israeliani.
I due gruppi di lavoro annunciati da Netanyahu
Da parte sua, in una nota, il premier israeliano ha affermato che "é stato concordato di istituire due gruppi di lavoro: uno sulla smilitarizzazione di Gaza, da completare rapidamente prima di qualsiasi ricostruzione a Gaza; e un secondo gruppo che si concentrerà sui servizi igienico-sanitari dell'enclave". Di fatto, alcune divergenze restano. Israele non crede che Hamas deporrà le armi, mentre gli americani sostengono di credere che ciò possa accadere. Sulle armi a Gaza in particolare risultano impressionanti i video pubblicati negli ultimi due giorni sui social che mostrano violente proteste nel nord della Striscia durante i funerali dei fratelli Wasim e Hassan Abu Warda in cui si vedono centinaia di kalashnikov liberamente detenuti.
Le armi e le primarie del Likud
Nella notte tra lunedì e martedì saranno resi noti i risultati delle primarie nel Likud che, inevitabilmente, proiettano la loro ombra sull'intera campagna elettorale. L'affluenza è stata pari al 53,5%, in calo rispetto al 58% registrato nelle primarie del 2022, come registrano diversi media israeliani. I sondaggi più recenti prevedono che il partito otterrà circa 22 seggi su 120 alla Knesset: come sottolinea Haaretz, anche se il partito dovesse superare la soglia dei 30 seggi alle elezioni, solo circa 17 dei suoi attuali 40 parlamentari dovrebbero assicurarsi un seggio. Il Times of Israel dà conto di rapporti secondo cui un grande numero di cittadini ultraortodossi, tipicamente vicini ai partiti più a destra del Likud e al centro, avrebbero partecipato "in massa" alle primarie. Il tema della loro esclusione alla leva militare obbligatoria, che il Likud e le forze ultraconservatrici hanno lavorato per conservare, sarà al centro delle elezioni di fine ottobre.