Lo speciale di Sky TG24 sulla guerra in Iran
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Iran, doppia inchiesta svela il piano del Mossad per fare di Ahmadinejad il nuovo leader

Mondo

Introduzione

Israele avrebbe lavorato per anni a un progetto segreto per trasformare l'ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad nel volto di un cambio di regime a Teheran. A rivelarlo sono due inchieste parallele, del New York Times e di Haaretz, che ricostruiscono contatti riservati avviati tra il 2022 e il 2023, incontri di alto livello in Ungheria, il ruolo diretto dell'allora capo del Mossad David Barnea e un'operazione culminata durante la guerra dello scorso febbraio. Il piano, osteggiato da parte dello stesso apparato israeliano, non si è mai concretizzato. Oggi Ahmadinejad si troverebbe agli arresti domiciliari in Iran.

Quello che devi sapere

Il piano per portare Ahmadinejad al potere

Due inchieste pubblicate in parallelo, una del New York Times e una del quotidiano israeliano Haaretz, delineano lo stesso scenario: per anni Israele avrebbe coltivato Ahmadinejad prima come fonte d'intelligence e poi come possibile guida di un Iran post-Repubblica islamica. Il New York Times cita funzionari americani e iraniani a conoscenza dell'operazione; Haaretz dice di aver raccolto la ricostruzione da oltre trenta fonti politiche, militari, diplomatiche ed estere. Né il governo israeliano né il Mossad hanno commentato.

"Operation Puss in Boots": nome e obiettivi

Secondo Haaretz l'iniziativa aveva un nome in codice, "Operation Puss in Boots" ("Il Gatto con gli stivali"), e tre finalità dichiarate: rovesciare il governo di Teheran, chiudere definitivamente il programma nucleare iraniano e insediare una nuova leadership. In questo disegno, entro l'inizio del 2026 Ahmadinejad sarebbe diventato uno degli asset più rilevanti per Israele, il candidato scelto per prendere il potere una volta caduto il regime.

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Le origini nel 2022: perché la scelta cadde su di lui

I contatti avrebbero iniziato a prendere forma nel 2022, dopo che il Mossad aveva raccolto informazioni su un cambiamento nelle posizioni dell'ex presidente. Secondo la ricostruzione di Haaretz, Israele puntò in particolare sulla sua convinzione che l'Iran non potesse reggere a lungo sotto il peso delle sanzioni e che il programma nucleare fosse ormai diventato un fardello più che una risorsa. Un ex consigliere, Abdolreza Davari, citato dal New York Times, ha escluso una motivazione economica: "Ha soldi; ha una vasta rete economica. Lo farebbe per il potere. Vuole essere al timone", ha dichiarato.

Perché Usa e Israele puntarono proprio su di lui

Nonostante un passato di aperta ostilità verso Israele, agli occhi dell'intelligence israeliana il progressivo distacco di Ahmadinejad dalla leadership di Teheran lo rendeva un candidato spendibile. Alcuni funzionari americani, riferisce il New York Times, ritenevano che potesse diventare un'alternativa di governo credibile in caso di crollo della Repubblica islamica; altri erano più scettici proprio per la sua storia ideologica, giudicandolo un profilo improbabile. A rafforzare la lettura di un'evoluzione delle sue posizioni contribuiva anche un'intervista del 2019, in cui l'ex presidente aveva auspicato pubblicamente un miglioramento dei rapporti tra Iran e Stati Uniti.

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Il 7 ottobre, l'accelerazione della guerra e il ruolo di Barnea

Il progetto sarebbe stato brevemente interrotto dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, per poi accelerare proprio nella fase più intensa della guerra a Gaza. A seguirlo in prima persona sarebbe stato l'allora capo del Mossad, David Barnea, che secondo Haaretz a un certo punto avrebbe saltato una riunione sulla sicurezza con il premier Benjamin Netanyahu per concentrarsi sugli sviluppi legati ad Ahmadinejad. Nel 2024, riferisce il New York Times, Barnea incontrò personalmente l'ex presidente e subito dopo il Mossad informò la Cia di aver aperto un canale con lui.

La copertura di Budapest: la finta conferenza sul clima

Per far uscire Ahmadinejad dall'Iran senza destare sospetti sarebbe stato costruito un pretesto accademico. Nel 2024, e di nuovo nel 2025, l'ex presidente venne invitato alla Ludovika University di Budapest per una conferenza sul cambiamento climatico. In realtà, racconta il rettore dell'ateneo Gergely Deli, l'evento serviva da copertura per gli incontri con l'intelligence israeliana. Deli dice di aver ricevuto la richiesta da un alto funzionario del governo ungherese e di aver accettato nella convinzione che favorire un dialogo tra due nemici potesse contribuire a salvare vite umane. Il secondo appuntamento, nel giugno 2025, avvenne pochi giorni prima dei raid israeliani che aprirono la campagna contro Teheran.

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Il disegno più ampio: curdi, minoranze e corridoi

L'operazione non si esauriva nella figura di Ahmadinejad. Secondo Haaretz, il piano prevedeva campagne di influenza all'interno dell'Iran, l'armamento e l'addestramento di forze curde in Iraq, la mobilitazione delle minoranze, il reclutamento di collaboratori e la creazione di un corridoio terrestre per il movimento delle milizie. Le formazioni curde, in particolare, avrebbero dovuto entrare nell'Iran occidentale e avanzare verso Teheran. Israele avrebbe inoltre cercato di coinvolgere nel conflitto l'Azerbaigian.

Le fratture nell'apparato israeliano e la scelta finale di Netanyahu

Il progetto avrebbe diviso profondamente i vertici della sicurezza israeliana. Secondo Haaretz vi si opposero il capo dell'intelligence militare Shlomi Binder, il capo della Divisione ricerca Ofir Mizrahi Rosen e l'allora consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi. Lo scetticismo riguardava soprattutto la fase finale, quella dell'insediamento dell'ex presidente, giudicata poco realistica in un contesto di caos. I contrasti raggiunsero un punto tale che, tre giorni prima dell'ora X, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir avrebbe ordinato di fermare tutto. Netanyahu decise comunque di procedere. Il piano collassò prima che le forze curde sparassero un solo colpo.

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Il raid del 28 febbraio, la casa sicura e la rottura

L'operazione culminò il 28 febbraio, all'inizio della guerra tra Israele e Iran. Un raid israeliano colpì il complesso residenziale di Ahmadinejad a Teheran, distruggendo l'edificio destinato alle guardie del corpo e il suo veicolo blindato: l'obiettivo, secondo la ricostruzione, non era eliminarlo ma liberarlo dal controllo dei Guardiani della Rivoluzione. Nella confusione seguita all'attacco, una Peugeot nera lo avrebbe prelevato per condurlo in una casa sicura gestita dal Mossad all'interno dell'Iran. Ahmadinejad, però, avrebbe perso fiducia nel progetto e lasciato il rifugio in circostanze mai chiarite.

La parabola: dall'anti-Israele all'ipotesi Accordi di Abramo

Alla guida dell'Iran dal 2005 al 2013, Ahmadinejad aveva incarnato la linea più dura verso Israele, rilanciando il programma nucleare e negando l'Olocausto. Dopo l'uscita di scena avrebbe moderato progressivamente i toni, criticando l'establishment e la corruzione senza rinunciare all'ambizione di tornare al potere. Convinto che ciò non fosse più possibile all'interno della Repubblica islamica, avrebbe immaginato una transizione sostenuta da potenze straniere, ipotizzando persino che un suo futuro governo potesse riconoscere Israele nell'ambito degli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump. È ricomparso in pubblico solo la scorsa settimana, al funerale della Guida Suprema Ali Khamenei. Quattro funzionari iraniani sostengono che ora si trovi agli arresti domiciliari, sotto la custodia dell'intelligence dei Guardiani, dopo la ricostruzione dei suoi contatti con Israele. Il Mossad e il portavoce di Ahmadinejad, Ali Akbar Javanfekr, non hanno commentato.

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