Morto Richard Scolyer, medico che sperimentò su se stesso cura per tumore cerebrale

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Notissimo oncologo australiano, quando gli è stato diagnosticato un glioblastoma si è sottoposto a un trattamento sperimentale, documentando i risultati senza nascondere paura e incertezze per i risultati. La sua scomparsa ha suscitato commozione in tutto il mondo

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L'oncologo australiano Richard Scolyer, conosciuto a livello internazionale per il suo contributo nella lotta al melanoma, è morto all'età di 59 anni. Scolyer è noto anche per aver scelto di sottoporsi direttamente a un trattamento sperimentale contro un tumore cerebrale particolarmente aggressivo che l'aveva colpito. La notizia della sua scomparsa, ha suscitato grande commozione nel mondo medico e scientifico internazionale.

La malattia di Scolyer

La storia di Richard Scolyer ha attirato l'attenzione internazionale non soltanto per i risultati dei suoi studi, ma anche per la decisione presa dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore. Nel maggio del 2023 gli era stato diagnosticato un glioblastoma di quarto grado, una delle forme più aggressive e letali di tumore cerebrale. Un cancro che dà poche speranze: la sopravvivenza media per pazienti con la sua patologia era compresa tra i dodici e i quattordici mesi. Anche di fronte a quella prospettiva, però, Scolyer rifiutò di arrendersi. "Non mi sembrava giusto accettare una morte certa senza provare qualcosa di diverso", aveva raccontato in una delle numerose interviste concesse durante il percorso di cura. Quella convinzione lo spinse a fare ciò che aveva sempre fatto nella sua carriera: cercare una nuova strada attraverso la scienza.

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La cura sperimentale

Richard Scolyer aveva dedicato la propria vita allo studio delle cellule tumorali, contribuendo in modo determinante allo sviluppo delle moderne strategie di immunoterapia per il melanoma avanzato. E dopo essersi ritrovato dall'altra parte, quella del paziente, Scolyer raccontò di aver compreso davvero cosa significhi attendere il risultato di una risonanza magnetica. Un'esperienza che gli permise di guardare alla malattia con occhi diversi. Accanto a lui c'era Georgina Long, collega, amica e co-direttrice del Melanoma Institute Australia. Che, quando venne informata della diagnosi di Scolyer, ebbe un'intuizione: Se l'immunoterapia aveva rivoluzionato il trattamento del melanoma, perché non tentare di applicarne i principi anche al glioblastoma? L'idea appariva audace. Molti specialisti ritenevano che il tumore cerebrale presentasse caratteristiche biologiche molto diverse da quelle del melanoma e che i risultati ottenuti in un campo non fossero necessariamente trasferibili all'altro. Eppure la coppia decise di tentare.

Richard Scolyer e Georgina Long con Re Carlo - ©Getty

Una strategia mai provata prima

Nel 2023 Richard Scolyer diventò il primo paziente al mondo a ricevere una particolare combinazione di farmaci immunoterapici prima dell'intervento chirurgico per un glioblastoma. Si trattava di una strategia mai sperimentata prima. L'obiettivo era stimolare il sistema immunitario affinché imparasse a riconoscere e attaccare le cellule tumorali ancora prima della rimozione chirurgica della massa cerebrale. Successivamente, il trattamento venne integrato con un vaccino personalizzato costruito sulle caratteristiche genetiche del tumore di Scolyer. L'intero protocollo era altamente innovativo e comportava rischi considerevoli. Non esistevano precedenti clinici in grado di garantire sicurezza o efficacia. Lo stesso Scolyer era perfettamente consapevole di essere una sorta di "paziente zero". Tuttavia riteneva che il potenziale beneficio scientifico giustificasse il tentativo. Anche se il trattamento non fosse riuscito a salvargli la vita, avrebbe potuto fornire informazioni preziose per i malati del futuro.

 

Tra paure e incertezze

Fin dall'inizio, Scolyer decise di condividere pubblicamente il proprio percorso. Attraverso i social network, interviste e aggiornamenti periodici, documentò ogni fase della terapia, dalle speranze iniziali ai momenti più difficili. Lo fece innanzitutto per lasciare una testimonianza ai suoi figli, ma ben presto il suo racconto assunse un significato più ampio. Migliaia di persone iniziarono a seguire la sua vicenda. Pazienti oncologici, familiari, medici e semplici cittadini trovarono nella sua trasparenza una fonte di informazione e ispirazione. Anche perché Scolyer non nascose mai la paura, la fragilità e l'incertezza. Raccontò la realtà per quella che era: una lotta quotidiana in cui la speranza conviveva con il rischio del fallimento.

 

I risultati

Nei mesi successivi all'intervento arrivarono segnali incoraggianti. Le analisi effettuate sul tessuto cerebrale mostrarono un aumento significativo delle cellule immunitarie attivate all'interno del tumore. Per la prima volta si osservavano evidenze concrete che l'immunoterapia potesse avere un impatto biologico rilevante anche nel glioblastoma. E dopo l'intervento, Scolyer riuscì a mantenere una buona qualità di vita per quasi due anni.

Il ritorno del tumore

Nel marzo 2025, Scolyer annunciò pubblicamente che il tumore era tornato. E quando è morto, il 7 giugno 2026, erano trascorsi circa tre anni dalla diagnosi iniziale, un periodo nettamente superiore alle aspettative medie associate alla sua patologia. Certo, non è possibile attribuire con certezza questo risultato esclusivamente all'immunoterapia: sono gli stessi ricercatori a sottolinearlo. Ma il suo caso rappresenta uno dei più importanti punti di partenza per studi futuri. Richard Scolyer lascia la moglie Kate Nicoll e i tre figli Emily, Matthew e Lucy.

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