L'Assemblea delle Nazioni Unite ha rafforzato gli obblighi degli Stati in materia di clima: non seguendo scelte politiche, i Paesi sono tenuti a ridurre l'uso di combustibili fossili e di contrastare il riscaldamento globale. In 141 hanno votato a favore, 8 i contrari: tra questi anche gli Stati Uniti
Non più una scelta ma un obbligo. Non un motivo politico ma una questione giuridica. Mercoledì 20 maggio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione storica, che rafforza gli obblighi degli Stati in materia di clima: 141 i voti favorevoli, 8 quelli contrari (Stati Uniti; Russia; Iran; Israele; Arabia Saudita; Yemen; Liberia e Bielorussia), 28 le astensioni. Tra queste anche la Turchia, Paese candidato a ospitare la prossima COP31.
La risoluzione, presentata dall'isola di Vanuatu, nell'Oceano Pacifico, ha confermato il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) del luglio 2025, secondo il quale gli Stati hanno l'obbligo di ridurre l'uso di combustibili fossili e di contrastare il riscaldamento globale. Nonostante non sia giuridicamente vincolante, il parere consultivo della Corte viene già utilizzato nei contenziosi sul clima in tutto il mondo e i giudici stanno iniziando a farvi riferimento nelle loro sentenze in materia di clima.
Le reazioni
Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha affidato ad X le sue impressioni sulla vicenda: "Siamo di fronte a una forte affermazione del diritto internazionale, della giustizia climatica, della scienza e della responsabilità degli Stati di proteggere le persone dalla crescente crisi climatica. Coloro che sono meno responsabili del cambiamento climatico ne stanno pagando il prezzo più alto. Questa ingiustizia deve finire”.
Il ministro per il cambiamento climatico di Vanuatu, Ralph Regenvanu, ha dichiarato che "nell'attuale contesto geopolitico, un impegno costante per lo stato di diritto è più importante che mai" e che il cambiamento climatico "non fa eccezione". "Rispettare il chiarimento della Corte in merito agli obblighi esistenti è essenziale per la credibilità del sistema internazionale e per un'azione collettiva efficace", ha aggiunto.
Per decenni, le nazioni del Pacifico hanno assistito alla lenta scomparsa delle loro terre natali. A Tuvalu, stato insulare dell’Oceania, oltre un terzo della popolazione ha richiesto un visto per la migrazione climatica verso l'Australia, sebbene ogni anno ne vengano accettati solo un numero limitato. Entro il 2100, si prevede che gran parte del Paese sarà sommersa dall'alta marea.
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I Paesi
Nel gruppo dei contrari, gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump figurano insieme ad Arabia Saudita, Russia, Israele, Iran, Yemen, Liberia e Bielorussia. Tra i Paesi che si sono astenuti figurano la Turchia, Paese ospitante del vertice sul clima COP31, l'India e i produttori di petrolio Qatar e Nigeria. Nonostante il nome degli Stati Uniti pesi, la scelta non stupisce: Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima e da altri importanti accordi ambientali, e ha perseguito politiche volte ad aumentare la produzione di combustibili fossili. Non ha mai nascosto di non credere ai cambiamenti climatici né di supportare le scelte per contrastarlo.
"La risoluzione include richieste politiche inappropriate relative ai combustibili fossili", ha affermato Tammy Bruce, viceambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Washington non ha riscontrato alcun motivo per richiedere al segretario generale di riferire sulle questioni legali sollevate, ha aggiunto Bruce.