In Paesi come Repubblica Democratica del Congo e Burundi, milioni di rifugiati e sfollati vivono in mancanza di tutto: cibo, acqua, servizi essenziali. I drastici tagli agli aiuti umanitari da parte di alcuni governi e gli effetti della crisi in Medio Oriente mettono in difficoltà la capacità di risposta di UNHCR. Per questo, l'Agenzia Onu lancia un appello: rompiamo l'indifferenza
Riparte “Torniamo a sentire”, la campagna di UNHCR Italia per raccogliere fondi per salvare vite umane. Al centro dell’iniziativa ci sono la Repubblica Democratica del Congo e il Burundi, ma sono coinvolti anche Sudan, Ciad, Etiopia, Sud Sudan, Uganda, Kenya e Bangladesh. Questa seconda edizione, come la prima, si avvale della partecipazione di Francesco Pannofino, testimonial di UNHCR, che presta voce e volto per lo spot della campagna. Oltre al supporto dell'attrice Laura Adriani, che a febbraio ha partecipato a una missione in Burundi insieme all’Agenzia Onu per i Rifugiati.
In Repubblica Democratica del Congo e Burundi si contano milioni di rifugiati e sfollati
Il Congo sta vivendo una delle emergenze umanitarie più gravi al mondo. Dopo decenni di conflitti armati, epidemie e fenomeni climatici estremi, oltre 5,6 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Di queste, se ne contano 1,2 milioni che hanno cercato rifugio al di fuori del Paese. Mentre 27,7 milioni di persone si trovano in condizioni di grave insicurezza alimentare e 4,5 milioni di bambini e bambine sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione acuta. Una condizione che colpisce anche 3,7 milioni di donne in gravidanza e in allattamento. Il Burundi, intanto, accoglie 113 mila rifugiati in fuga dalle violenze, pur essendo uno dei Paesi più poveri al mondo. Luoghi in cui alla violenza dei conflitti armati, alla fame, alla sete e al rischio di contrarre malattie, si aggiungono i tagli agli aiuti umanitari decisi da alcuni governi. Kenya, Sudan, Sud Sudan, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo scontano, inoltre, serie ripercussioni della crisi in Medio Oriente, trovandosi ad affrontare una riduzione della capacità di consegna dell’assistenza vitale a causa dei rincari del carburante e delle interruzioni delle rotte commerciali.
Vedi anche
Sudan, tre anni di una guerra dimenticata
La missione in Burundi
La maggior parte dei 113 mila rifugiati congolesi in Burundi vive nei siti di Busuma e Musenyi e nei centri di transito di Cishemere e Nyabitare. Busuma ospita circa 67 mila persone, a fronte dei 14 mila alloggi disponibili, di cui il 60 per cento sono bambini e bambine. Un contesto in cui manca tutto: acqua, cibo, ambulanze, medicinali. E permane il tema delle violenze contro le donne. Delle 1.300 ragazze rifugiate intervistate da UNHCR, oltre 1.200 hanno dichiarato di aver subito almeno una violenza sessuale prima di arrivare in Burundi. Nel sito di Musenyi le condizioni non sono diverse, con 22 mila rifugiati che vivono in condizioni di sovraffollamento crescente. L'attrice e testimonial di UNHCR, Laura Adriani, ha potuto verificare in prima persona la gravità della situazione umanitaria e constatare le condizioni critiche in cui versano i siti. Dopo aver partecipato a una missione in Burundi organizzata da UNHCR Italia, Adriani ha ammesso di aver incontrato raramente “una situazione tanto grave come quella osservata in Burundi”.
Leggi anche
Misteriosa malattia in Burundi: 5 morti. Oms indaga
Le conseguenze dei tagli agli aiuti e della crisi in Medio Oriente
L’appello di 301 milioni di dollari per il Congo è attualmente finanziato al 19 per cento, quello per il Burundi al 14. Dati che testimoniano gli effetti dei tagli agli aiuti umanitari decisi da alcuni governi, con impatti devastanti sulla capacità di risposta di UNHCR. Il quadro è poi aggravato dalle conseguenze della crisi nello stretto di Hormuz, che ha più che raddoppiato i costi di alcune spedizioni. Come il trasporto di materiali di soccorso delle scorte di UNHCR a Dubai verso il Sudan e il Ciad, che è passato da circa 927 mila dollari a 1,87 milioni di dollari. L'UNHCR continua ad adattarsi deviando le rotte e ridistribuendo le scorte, ma è chiaro che un’interruzione prolungata provocherebbe gravi conseguenze per milioni di rifugiati e sfollati in tutto il mondo.