Budapest al voto il 12 aprile per le parlamentari che potrebbero essere un bivio storico per il Paese con risvolti determinanti anche in chiave Ue. Il primo ministro affronta una sfida interna senza precedenti: il suo sfidante del partito Tisza è in vantaggio secondo i sondaggi
Il 12 aprile si svolgono le elezioni parlamentari in Ungheria. Molto più del rinnovo dell’Assemblea nazionale, il Parlamento ungherese, il voto si preannuncia come un bivio storico per il Paese con risvolti determinanti anche in chiave Ue. Per la prima volta dopo sedici anni di dominio incontrastato, il primo ministro Viktor Orban affronta una sfida interna senza precedenti, mentre il suo isolamento a Bruxelles ha raggiunto il punto di rottura.
Cinque i partiti in corsa nelle elezioni
Con la chiusura della raccolta di firme è stato ufficializzato che sono cinque i partiti in corsa sulle schede del voto. Oltre Fidesz di Orban e Tisza (Libertà e onore) di Peter Magyar, i due grandi partiti, anche tre più piccole formazioni sono riuscite a raccogliere le firme necessarie: il partito di estrema destra Patria nostra (Mi hazank), un partito di sinistra, i Democratici (Dk), e un partito azionista e anti-elitario, il partito del Cane a doppia coda (Kètfarku kutyapart). Stando ai sondaggi, dei tre, solo gli estremisti di destra hanno una reale possibilità di passare lo sbarramento di 5%, e mandare deputati nel futuro Parlamento, dove potranno aiutare il Fidesz contro il blocco del Tisza. Invece, i candidati dei Democratici e degli azionisti faranno concorrenza nei collegi uninominali a quelli del Tisza, minacciando la vittoria dell'opposizione contro Orban. La sorte delle elezioni, con il sistema misto in vigore, si deciderà proprio nei collegi uninominali: per vincere, bisogna conquistare almeno 56-58 collegi su 106. Magyar ha chiesto ai piccoli partiti di non concorrere, per aiutare il cambio di regime, ma secondo Klara Dobrev, leader dei Democratici, senza la sinistra non si può battere Orban.
Secondo i sondaggi Magyar è avanti su Orban
Il leader dell'opposizione ungherese, Peter Magyar è in vantaggio nei sondaggi sul primo ministro Viktor Orban, ma resta ampia l'area degli indecisi. La rilevazione dell'istituto Publicus a dieci giorni dalle elezioni, condotta tra il 27 e il 30 marzo, rivela che Magyar raccoglie con il suo Tisza il 41% dei consensi tra gli elettori già orientati, contro il 35% del partito di governo Fidesz. Sul totale del campione, Magyar si attesta al 36%, mentre Orban si ferma al 30%. Il 24% degli intervistati ha riferito di non avere ancora una preferenza, contribuendo a mantenere aperto l'esito della corsa. La rilevazione indica inoltre che il partito di estrema destra Nostra Patria si avvicina alla soglia di sbarramento del 5%: è accreditato al 4% sul totale degli intervistati e raggiunge il 5% tra gli elettori già orientati. Il vantaggio di Magyar era emerso anche nelle altre rilevazioni diffuse nei giorni precedenti: il Centro di ricerca 21 accredita Tisza al 40% contro il 28% di Fidesz, l'istituto Zavecz indica rispettivamente il 39% e il 31% dei consensi, mentre Republikon registra un 37% contro il 31%. L'istituto Median, tra i più autorevoli, amplia ulteriormente il divario, attribuendo a Magyar il 46% delle preferenze, contro il 30% di Orban. Secondo un sondaggio Median commissionato da Hvg a più di tre settimane dalle elezioni Tisza aveva 23 punti percentuali di vantaggio sul partito Fidesz di Orban. Ma rilevazioni più prudenti parlano di circa 10 punti. Se i risultati del sondaggio rispecchiassero l'esito effettivo delle elezioni, Tisza potrebbe ottenere una maggioranza parlamentare di due terzi.
Vedi anche
Elezioni Ungheria, la sfida è tra Orban e Magyar
Il voto dall’estero
A rendere il quadro più incerto contribuisce anche il voto dall'estero: quasi 91mila ungheresi residenti in patria ma temporaneamente fuori dai confini si sono registrati per votare in ambasciate e consolati. Una platea record, che potrebbe incidere sugli equilibri in diversi collegi uninominali. Accanto a loro, ci saranno gli oltre 400mila ungheresi stabilmente all'estero. Un bacino su cui punta Magyar che ha voluto smontare il timore di un sabotaggio da parte di Orban e del suo Fidesz in caso di vittoria dell'opposizione.
Sedici anni di “sistema Ner”
Le prossime elezioni sono il culmine di un conflitto decennale sullo Stato di diritto che ha trasformato l’Ungheria nel caso diplomatico e finanziario più spinoso del continente. Dal suo ritorno al potere nel 2010, Orbán ha edificato il cosiddetto Ner (Nemzeti Együttműködés Rendszere), un Sistema di Cooperazione Nazionale progettato per concentrare ricchezza e influenza nelle mani di una cerchia ristretta di fedelissimi. Questo modello ha trasformato lo Stato in un volano economico per il partito di governo, Fidesz. Secondo il rapporto Liberties 2026, l’Ungheria è oggi all’ultimo posto tra i 27 Paesi Ue per rispetto dello Stato di diritto ed è l’unico Paese membro classificato come “parzialmente libero” da Freedom House.
La guerra dei fondi e l’emorragia finanziaria
Il braccio di ferro con l’Europa ha assunto una dimensione economica brutale. Si stima che dall’inizio dell’era Orbán l’Ungheria abbia ricevuto tra i 60 e i 65 miliardi di euro netti di fondi Ue. Tuttavia, Bruxelles ha iniziato a chiudere i rubinetti. Circa 20 miliardi di euro restano bloccati dal 2022 a causa delle violazioni sui diritti Lgbtqi+, sulle università e sulla restrizione del diritto d’asilo. L’Ungheria, inoltre, sta affrontando un’emorragia finanziaria di un milione di euro al giorno, sanzione inflitta dalla Corte di Giustizia Ue per il rifiuto di riformare il sistema di asilo politico. Questa multa si aggiunge a una sanzione una tantum di 200 milioni di euro. Bruxelles sottrae queste somme direttamente dai fondi comunitari destinati al Paese. Di tutta risposta, Orbán ha usato sistematicamente il potere di veto per ottenere lo sblocco di fondi, come i 10,2 miliardi ottenuti nel 2023 in cambio del via libera ai negoziati Ue per l’Ucraina. Attualmente, Budapest sta paralizzando un prestito europeo da 90 miliardi per Kiev.
Vedi anche
L'ombra di un nuovo Russiagate sulle elezioni in Ungheria
Il triangolo energetico: tra Putin e l’esenzione di Trump
L’Ungheria gioca una partita vitale anche sull’energia, dipendendo dalla Russia per il 74% del gas e l’86% del petrolio. Budapest e Bratislava sono gli unici esentati dalle sanzioni europee sull’acquisto di idrocarburi russi. In questo scenario si inserisce il ruolo cruciale del presidente statunitense Donald Trump. Nel 2025, durante una visita alla Casa Bianca, Trump ha concesso a Orbán una deroga di un anno sulle sanzioni secondarie americane, permettendo all’Ungheria di continuare i suoi rapporti economici con Mosca. In cambio, Orbán si è impegnato a sottoscrivere contratti per 600 milioni di dollari per l’acquisto di gas naturale liquefatto (Gnl) dagli Stati Uniti. Parallelamente, il Tesoro Usa ha revocato le sanzioni su istituti russi coinvolti nella costruzione della centrale nucleare Paks 2 in Ungheria, affidata a Rosatom e finanziata dalla russa Gazprombank. A pochi giorni da voto, a Budapest c’è stata una visita di due giorni del vicepresidente statunitense JD Vance, in sostegno di Orban.
Interferenze e “The Gamechanger”
Mentre Orbán tenta di distogliere l’attenzione dai problemi economici denunciando minacce esterne, fonti di intelligence hanno rivelato un piano dei servizi segreti russi, l’Svr, denominato “The Gamechanger”. Il piano suggeriva di inscenare un finto attentato contro Orbán per spostare il consenso elettorale su temi emotivi come la sicurezza nazionale e la stabilità, distogliendo gli elettori dalle questioni socioeconomiche. Nel frattempo, Mosca ha inviato a Budapest agenti del Gru per interferire nel voto con campagne social, deepfake e disinformazione volta a dipingere l’opposizione come un “partito della guerra”. Il giorno di Pasqua due zaini con quattro chili di esplosivo sono stati ritrovati in Serbia, a poche centinaia di metri dal TurkStream, l'infrastruttura che porta il gas russo in Ungheria, ritenuta "vitale" - nelle parole di Viktor Orban - per la sicurezza del Paese. Tanto è bastato per portare l'allerta "al massimo livello" e riaprire il fuoco delle accuse contro il rivale Magyar e il bersaglio prediletto, Volodymyr Zelensky. Una ricostruzione respinta "categoricamente" dall'Ucraina e smontata dall'opposizione: è soltanto una 'false flag' - ha replicato Magyar - "pianificata" in sintonia con Mosca e Belgrado per interferire sul voto.
Lo sfidante: Péter Magyar
Ma a far tremare il sistema di potere di Orbán è l’ascesa di Péter Magyar, leader del partito Tisza. Magyar non è un oppositore tradizionale, ma un ex insider di alto livello, ex marito della ministra della Giustizia Judit Varga. Conoscendo i segreti del regime, Magyar sta girando il Paese villaggio per villaggio, promettendo di smantellare la corruzione del Ner e superando Orbán nei sondaggi.