Guerra all'Iran, l’impatto globale della crisi energetica: dal welfare ai fertilizzanti
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La guerra in Iran, con la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz e l’impennata dei costi dell’energia, sta causando problemi economici e commerciali di ampio respiro, in alcuni casi perfino globali. Una situazione che potrebbe essere destinata a durante a lungo: infatti il parlamento di Teheran ha approvato i piani per l'introduzione di un pedaggio per le navi che transitano in quel tratto di mare che divide l’Iran dall’Oman. La decisione potrebbe avere conseguenze durature, poiché dallo Stretto abitualmente transitano circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gnl.
Quello che devi sapere
Gli effetti di lunga durata sull’energia
In ogni caso, anche "con una rapida cessione delle ostilità, il ritorno a condizioni ordinarie nel mercato dell'energia richiederebbe tempi non brevi". A dirlo è il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, che nella sua relazione al bilancio della banca ha ricordato come "le esportazioni attraverso lo stretto di Hormuz si sono pressochè interrotte e stanno emergendo danni rIlevanti alle infrastrutture di produzione e raffinazione".
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L’impatto della crisi sul welfare
Si tratta di una situazione che sta già avendo un effetto domino su diversi Paesi e molti settori produttivi. Particolarmente colpiti sono gli Stati dell’Asia, verso cui è normalmente diretto il grosso del petrolio che attraverso lo Stretto: in Indonesia per esempio il piano di welfare lanciato dal presidente Prabowo Subianto è stato ridimensionato con lo scopo di risparmiare 2,3 miliardi di dollari. Dunque, come sottolinea il Sole24Ore, la distribuzione di pasti gratuiti a 82,9 milioni di bambini e donne incinte o in fase di allattamento continuerà per sei giorni alla settimana solo nelle zone del Paese con i tassi di malnutrizione più elevati, mentre altrove avverrà solo per cinque giorni.
Verso stop alle auto in Corea
L’impatto ampio della crisi energetica si sta facendo sentire anche in Paesi come la Corea del Sud: Seul ha infatti già disposto il contingentamento nell’uso delle auto private da parte dei dipendenti pubblici, e potrebbe fare altrettanto per i lavoratori del settore privato qualora il prezzo del petrolio superasse quota 120 dollari al barile. In effetti per la Corea del Sud il blocco di Hormuz è particolarmente grave, poiché il Paese importa più della metà del greggio che consuma dal Medio Oriente. E questo impatta non solo sui carburanti, ma anche su altri prodotti industriali che utilizzano il petrolio come le plastiche.
Il problema della plastica in Giappone
Proprio il tema della plastica è centrale in Giappone. La stabilità mediorientale resta infatti cruciale per Tokyo, che dipende dall'area per oltre il 90% delle importazioni di greggio. Una quota significativa transita attraverso lo Stretto di Hormuz, attualmente di fatto bloccato dall'Iran, con ripercussioni dirette sull'approvvigionamento energetico e un'impennata dei prezzi sui mercati internazionali. La premier Sanae Takaichi ha persino dovuto rassicurare la popolazione sulla disponibilità di dispositivi medici realizzati con plastiche derivate dalla lavorazione del petrolio.
Il nodo dell’agricoltura
E ancora, la chiusura dello Stretto di Hormuz sta mettendo in ginocchio l’agricoltura di diversi Paesi dell’Asia orientale e, in modo sempre crescente, anche quella europea. Da quel tratto di mare transitano infatti ogni anno tonnellate di fertilizzanti destinati a concimare le colture del Vecchio Continente, e secondo il Commodities Research Unit il 43% del commercio mondiale di urea è oggi a rischio a causa del conflitto in Medio Oriente. In pericolo sono anche il 45% delle esportazioni globali di zolfo, una componente chiave dei fertilizzanti fosfatici, che passano attraverso lo Stretto di Hormuz.
I problemi dalla Cina all’Egitto
A essere maggiormente colpiti dal ‘collo di bottiglia’ del mercato dei fertilizzanti sono Paesi come il Bangladesh e le Filippine, che dipendono dalle importazioni dalla Cina e potrebbero soffrire di eventuali difficoltà di Pechino, a sua volta molto legata al petrolio del Golfo. E poi c’è il caso dell’Egitto, che ha varato misure straordinarie per contenere i consumi di energia elettrica tra cui la chiusura anticipata di negozi, bar e ristoranti.
La crisi del commercio internazionale
A lanciare infine l’allarme sulla situazione generale è stata la direttrice generale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, Ngozi Okonjo-Iweala, secondo cui il sistema commerciale globale sta vivendo le "peggiori perturbazioni degli ultimi 80 anni". Nei giorni scorsi Okonjo-Iweala ha spiegato che “l'ordine mondiale e il sistema multilaterale che conoscevamo sono cambiati in modo irreversibile”, aggiungendo che “non possiamo negare la portata dei problemi che il mondo si trova ad affrontare oggi”. La direttrice ha sottolineato che “la portata dei problemi che il mondo si trova ad affrontare oggi, anche prima del conflitto nel Golfo, ha destabilizzato il commercio di energia, fertilizzanti e prodotti alimentari”.
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