L’accusa della ventenne Kaley nei confronti dei colossi della Silicon Valley è di averle provocato una grave dipendenza da social media sin dall'età infantile. Il tribunale le ha dato ragione, condannando le due aziende a un risarcimento complessivo di tre milioni di dollari. La storia della giovane è diventata il simbolo di una class action che coinvolge circa 1.600 querelanti
Una giovane di 20 anni ha vinto una causa contro Google e Meta accusati di averla danneggiata creandole dipendenza da social media. Kaley, questo il nome della ragazza che ha intentato la causa quando aveva 17 anni, ha iniziato a usare YouTube a soli sei anni. Durante l’adolescenza trascorreva fino a sedici ore davanti al computer e ha vissuto anni di isolamento, depressione, autolesionismo. Il 25 marzo 2026, dopo due anni di processo, i giudici le hanno dato ragione: i colossi sono stati condannati a risarcirla. La sua storia non è però un caso isolato, è la punta di un iceberg che coinvolge migliaia di giovani e intere istituzioni scolastiche.
Sedici ore al giorno di fronte ad un pc
Kaley apriva Instagram ancora sotto le coperte, appena la sveglia suonava. Da lì, la giornata scivolava in un flusso ininterrotto di post, notifiche e video, fino a tarda notte, quando si addormentava con il telefono ancora in mano. Secondo quanto riferito ai giudici, aveva progressivamente smesso di comunicare con la propria famiglia, assorbita completamente dall'ecosistema digitale delle piattaforme. YouTube, in particolare, è stato indicato come uno dei principali fattori scatenanti: il meccanismo di riproduzione automatica dei video avrebbe generato una dipendenza comportamentale paragonabile, per intensità, a quella da sostanze stupefacenti. Meta, ritenuta responsabile per il 70% del danno complessivo, dovrà versare la quota maggiore dei 3 milioni di risarcimento stabiliti dalla corte.
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Una storia iniziata nell'infanzia, tra like e paura di essere esclusa
Il rapporto di Kaley con i social media affonda le radici nell'infanzia: la giovane afferma di utilizzare YouTube da quando ha sei anni, Instagram da nove, TikTok da dieci, Snapchat da undici. Le piattaforme l'hanno gradualmente isolata dal contesto sociale reale, compromettendo le relazioni familiari e il rendimento scolastico. “Sentivo che se non ci fossi stata, mi sarei persa qualcosa”, ha dichiarato durante il processo attraverso cui ha espresso con precisione il concetto di FOMO, la Fear of Missing Out, amplificata dagli algoritmi progettati per massimizzare il tempo di permanenza online. La mancanza di like alle proprie foto la faceva sentire inadeguata e invisibile, alimentando un disturbo dismorfico che ha poi lasciato spazio alla depressione clinica, all'autolesionismo e a tendenze suicide diagnosticate durante l'adolescenza. Kaley non è rimasta sola: dopo di lei si sono unite circa 1.600 persone in una class action storica, tra cui famiglie e interi distretti scolastici americani, dando forma a una delle cause più significative mai intentate contro i grandi colossi del web.