Onu, Ghana chiede di riconoscere la schiavitù come il più grave crimine contro umanità
Mondo Slave Voyages database 1600 - 1800L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si riunisce oggi per votare la risoluzione la cui bozza è stata presentata dal Ghana. Il Presidente del Paese ha commentato: “Non intendiamo riaprire vecchie ferite, ma riconoscerle e lavorare collettivamente per la guarigione e la giustizia”. Il 25 marzo è la data scelta dall'organizzazione per commemorare le vittime della schiavitù e della tratta transatlantica verso le Americhe
“L’eredità della schiavitù è radicata nella sistematica disumanizzazione degli africani e ha contribuito a plasmare un sistema basato sulla disuguaglianza che persiste ancora oggi”. Queste sono le parole del Presidente del Ghana John Dramani Mahama, principale sostenitore della Risoluzione proposta alle Nazioni Unite la cui votazione è prevista mercoledì al Palazzo di vetro di New York, per riconoscere la tratta transatlantica degli schiavi come "il più grave crimine contro l'umanità".
Il Ghana chiede che venga istituito un fondo di risarcimento ai paesi interessati
La proposta, sostenuta dall’Unione Africana, dalla Comunità dei Caraibi e da una coalizione sempre più ampia di paesi del Sud geografico del mondo, esorta gli Stati membri delle Nazioni Unite a valutare la possibilità di assumersi in concreto la responsabilità della tratta degli schiavi e di contribuire ad un fondo di risarcimento concordato. “Sia chiaro, i leader africani non chiedono soldi per sé stessi. Vogliono giustizia per le vittime e sostegno alle cause che le riguardano, fondi per l'istruzione e la dotazione finanziaria per la formazione professionale". ha spiegato il ministro degli Esteri Samuel Okudzeto Ablakwa al programma Newsday. Il ministro ha, infatti, respinto le richieste di considerare la schiavitù un capitolo chiuso, sostenendo che ignorarne l'impatto significa trascurare le ingiustizie ancora presenti e sminuire il valore di coloro che ne sono stati colpiti.
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Dramani Mahama: “Vogliamo rafforzare il nostro futuro”
Il Presidente del Ghana ha affermato che, con questa risoluzione, il Paese non intende anteporre il proprio dolore a quello di chiunque altro, ma intende documentare un fatto storico. Il Ghana, uno dei principali punti di transito per questo commercio, è da tempo un fervente sostenitore delle riparazioni. La risoluzione chiede infine che i manufatti culturali rubati durante l'era coloniale vengano restituiti ai paesi di origine. Il Ghana sta intensificando le iniziative per documentare e preservare le testimonianze storiche sulla schiavitù, rafforzando la propria richiesta di riconoscimento e di responsabilità a livello globale. “Non intendiamo riaprire vecchie ferite, ma riconoscerle e lavorare collettivamente per la guarigione e la giustizia, in modo da rafforzare il nostro futuro comune” ha scritto Dramani Mahama sul Guardian.
Collaborare per garantire giustizia riparativa
L’obiettivo è riunire istituzioni, stati, studiosi e comunità per elaborare insieme approcci costruttivi affinché venga garantita una giustizia riparativa. Per poter concretizzare questo obiettivo, è necessario investire in opportunità economiche, sanità, istruzione e cultura ed è fondamentale riconoscere la dimensione umana del problema: la schiavitù ha reso possibile un sistema basato sulle disuguaglianze e sul doppio standard culturale. Ricostruire, passo dopo passo, le responsabilità del passato permette di affrontare anche le numerose sfide interconnesse contemporanee. Per i funzionari dell'Unione Africana, il linguaggio della risoluzione è fondamentale per il suo scopo. Amma Adomaa Twum-Amoah, Commissario dell’UA per la Salute, gli Affari Umanitari e lo Sviluppo, ha affermato che nominare chiaramente questi eventi elimina qualsiasi ambiguità residua sulla loro natura. “Significa affermare che ciò che è stato fatto agli africani non è stato un tragico incidente della storia, ma il risultato di politiche deliberate le cui conseguenze plasmano le disuguaglianze odierne”, ha affermato. “La giustizia inizia con il chiamare le cose con il loro nome”.
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C’è chi non sostiene la risoluzione. Perché?
Nonostante i buoni propositi legati alla salvaguardia dei diritti umani, non tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite condividono a pieno la risoluzione. E questo perché alcuni sostengono che definire la tratta degli schiavi come “crimine più grave contro l’umanità”, rischierebbe di creare una gerarchia della sofferenza. Il documento ha incontrato una resistenza da parte di stati come il Regno Unito, ha evidenziato Bbc, che hanno a lungo rifiutato di pagare risarcimenti, affermando che le istituzioni odierne non possono essere ritenute responsabili dei torti del passato.
La giustizia riparativa per la tratta transatlantica degli schiavi
La richiesta di giustizia riparativa non è una rivendicazione recente. Essa, infatti, affonda in una tradizione secolare di resistenza, rivendicazione dei diritti e riflessione morale che attraversa i continenti. Dai primi sovrani e attivisti africani che denunciarono apertamente la cattura e la commercializzazione del loro popolo, passando per la rivoluzione haitiana del 1791, tra l’altro primo e unico caso nella storia di una rivolta di schiavi culminata nell'indipendenza nazionale, fino ai movimenti post-indipendenza che hanno contribuito a ridefinire l'ordine internazionale nel Novecento, la domanda di giustizia non ha mai cessato di farsi sentire.
La rotta transatlantica tra il XVI e il XIX
Secondo il database SlaveVoyages, raccolta accademica internazionale di dati sulla tratta, tra il XVI e il XIX secolo circa 12,5 milioni di africani furono deportati nelle Americhe, dei quali solo 10,7 milioni sopravvissero alla traversata oceanica. Il numero complessivo di africani morti attribuibili direttamente alla traversata è stimato in due milioni, mentre un bilancio più ampio delle morti causate dalla schiavitù tra il 1500 e il 1900 porta la cifra a quattro milioni. Sul piano demografico, la tratta ha determinato lo spopolamento in vaste aree del continente africano: i molti milioni di esseri umani forzati a lasciare la loro terra erano per lo più giovani uomini e donne in età riproduttiva che avrebbero quindi potuto contribuire allo sviluppo demografico, sociale ed economico del loro Paese.
I documenti e le dichiarazioni del passato
Nel 2007 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto la schiavitù e la tratta transatlantica come una delle più gravi violazioni dei diritti umani nella storia dell'umanità. Con la Dichiarazione e nel Programma d'Azione di Durban del 2001, i rappresentanti di Zambia, Tanzania, Lesotho, Venezuela, Angola, Giamaica, Messico, Namibia e Burkina Faso hanno poi chiesto la messa a punto di forme di risarcimento da parte delle nazioni colonizzatrici. E ancora. La Proclamazione di Abuja del 1993 ha riconosciuto la schiavitù e la tratta degli africani come un crimine senza precedenti. Nel 2013, come riporta Africa Rivista, è stata istituita la Commissione per le Riparazioni CARICOM, un organismo regionale per promuovere e rafforzare la richiesta del pagamento delle riparazioni da parte dei governi di tutte le ex potenze coloniali ai Paesi dei Caraibi, per i crimini commessi nell'area, inclusi il genocidio dei nativi, la tratta transatlantica degli schiavi e la creazione di un sistema pubblico razzializzato. La Commissione ha elaborato nel 2014 un piano in dieci punti che delinea le forme concrete di riparazione richieste. La Proclamazione di Accra ha poi riaffermato l'impegno collettivo del continente africano in questa causa, istituendo, tra l'altro, un Fondo Globale per le Riparazioni, le cui risorse sono stimate — secondo il Rapporto del Giudice Patrick Robinson della Corte Internazionale di Giustizia — in almeno 100.000 miliardi di dollari.