Lo speciale di Sky TG24 sulla guerra in Iran
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Iraq, riparte export petrolio via Turchia: cosa cambia con la riapertura dell’oleodotto

Mondo
©IPA/Fotogramma

Introduzione

L’Iraq ha ripreso le esportazioni di petrolio greggio dai giacimenti della provincia settentrionale di Kirkuk verso il porto turco di Ceyhan. Una novità che potrebbe - almeno parzialmente - alleggerire la pressione sulla rotta meridionale, fortemente penalizzata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz in seguito all’escalation del conflitto con l’Iran (LO SPECIALE). La ripresa dei flussi rappresenta una risposta diretta alle difficoltà logistiche che hanno colpito il settore energetico del Paese, provocando un drastico calo della capacità di esportazione. 

Quello che devi sapere

L’accordo

La riattivazione delle esportazioni è stata resa possibile grazie a un accordo raggiunto tra il governo centrale di Baghdad e la Regione autonoma del Kurdistan iracheno, attraverso la quale transita l’oleodotto diretto in Turchia. L’intesa arriva al termine di negoziati prolungati, durante i quali le autorità curde avevano avanzato una serie di richieste e condizioni prima di autorizzare nuovamente il passaggio del greggio. L’intesa ha posto fine a un lungo periodo di interruzione dei flussi dal nord del Paese, che aveva rappresentato una sfida significativa per l’intero comparto petrolifero iracheno.

 

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La ripresa delle attività

Sul piano operativo, la compagnia statale North Oil Company ha annunciato l’avvio delle attività presso la stazione di pompaggio di Sarlo, infrastruttura chiave per il rilancio dell’export. Secondo quanto comunicato, l’impianto è entrato in funzione alle 6:30 del mattino (04:30 ora italiana) di ieri, consentendo la ripresa dell’estrazione e del trasporto del petrolio di Kirkuk verso il porto di Ceyhan. L’oleodotto Iraq-Turchia, in gran parte rimasto inattivo per oltre un decennio a causa dei danni provocati dallo Stato Islamico e da altri gruppi armati, può trasportare tra i 200 mila e i 250 mila barili quotidiani.

 

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I dati sui barili

La crisi nello Stretto di Hormuz ha avuto un impatto pesantissimo sulla produzione e sulle esportazioni irachene. I flussi dai terminali meridionali di Bassora sono crollati fino a circa 1,4 milioni di barili al giorno, contro i 3,4 milioni registrati prima dell’inizio delle ostilità. Nonostante la quota assegnata all’Iraq nell’ambito dell’OPEC sia pari a circa 4,4 milioni di barili giornalieri, la produzione complessiva del Paese è stata ridotta drasticamente, fino a circa due terzi in meno, a causa delle difficoltà logistiche e del contesto bellico che coinvolge anche altri attori regionali e internazionali, tra cui Israele e Stati Uniti.

Il canale Iran-Iraq

In questo scenario, Baghdad sta cercando soluzioni alternative per garantire la continuità delle esportazioni. Il ministro del Petrolio Hayan Abdel Ghani ha reso noto che l’Iraq è in contatto con l’Iran per tentare di organizzare il transito di alcune petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, nonostante le tensioni in corso. Il canale si è però interrotto nel corso della giornata di ieri: Ahmed Moussa, portavoce del ministero dell’Energia di Baghdad, ha dichiarato all'agenzia di stampa irachena Ina che "a causa degli sviluppi regionali, le forniture di gas iraniano all'Iraq si sono completamente interrotte", con una riduzione di circa 3.100 megawatt di potenza, che "avrà certamente ripercussioni sulla rete". Nonostante le abbondanti riserve di petrolio e gas dell'Iraq, le sue centrali elettriche dipendono fortemente dal gas importato dall'Iran.

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Gli effetti sui mercati internazionali

La ripresa delle esportazioni dal nord ha avuto anche effetti immediati sui mercati internazionali. La notizia ha contribuito a compensare, almeno in parte, le preoccupazioni generate dagli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, tra cui le raffinerie statali di Asaluyeh, nella provincia meridionale di Bushehr. Le quotazioni del petrolio hanno reagito con un calo temporaneo. Gli analisti sottolineano tuttavia che i volumi aggiuntivi provenienti dal nord dell’Iraq potranno solo parzialmente compensare i timori legati alla sicurezza delle forniture globali, finché la crisi nel Golfo Persico resterà irrisolta.

Il favore degli Stati Uniti

Sul piano politico, l’intesa tra Baghdad ed Erbil è stata accolta con favore anche dagli Stati Uniti. L’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, ha definito l’accordo un passaggio fondamentale per rafforzare la stabilità e la prosperità della regione in un momento di forte incertezza internazionale, segnato da tensioni sui mercati energetici, sulle rotte marittime e sul traffico aereo civile.

 

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