Guerra Iran, impennata storica per il petrolio: sopra i 100 dollari, prima volta dal 2022
MondoI mercati petroliferi globali toccano livelli mai visti dal 2022, con il greggio sopra i 100 dollari al barile, spinti da attacchi a impianti e depositi in Iran e dai timori per possibili interruzioni nelle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz. L’impennata ha già effetti su carburanti, borse e costi per i consumatori, mentre il presidente statunitense Donald Trump minimizza l’impatto sul lungo periodo
I mercati petroliferi internazionali reagiscono con forza agli sviluppi in Medio Oriente. La combinazione di attacchi mirati contro infrastrutture energetiche in Iran e la possibilità di blocchi nel transito del greggio attraverso lo Stretto di Hormuz ha scatenato un’impennata dei prezzi, la prima così significativa dal 2022. Gli operatori del settore guardano con preoccupazione alle conseguenze immediate su carburanti e materie prime mentre il conflitto continua a infiammare il Golgo (LIVEBLOG).
Il rialzo record dei prezzi
Dopo i massimi registrati nella notte, il prezzo del petrolio Brent si attesta a 108,5 dollari al barile, con un incremento del 17% rispetto alla settimana precedente. Parallelamente, il petrolio statunitense West Texas Intermediate sale a 104,9 dollari al barile, +15%. Si tratta del primo superamento della soglia dei 100 dollari dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. L’aumento dei prezzi è stato rapido e immediato, con i mercati che hanno reagito in pochi minuti agli attacchi avvenuti nel corso del fine settimana.
Impatto sulle forniture
Le Forze di Difesa israeliane hanno colpito circa trenta depositi e impianti petroliferi a Teheran, superando le previsioni iniziali di Washington. Gli attacchi hanno provocato incendi e distruzione diffusa, con gravi ripercussioni sulla logistica del greggio iraniano. La popolazione di Teheran si è svegliata sotto una "pioggia nera" mentre i Pasdaran minacciano ritorsioni contro infrastrutture petrolifere regionali. Circa un quinto del petrolio mondiale transita attraverso lo Stretto di Hormuz, il cui traffico è praticamente bloccato da una settimana. La riduzione della disponibilità di greggio e gas liquefatto sta alimentando speculazioni sui mercati asiatici e preoccupazioni per la stabilità dei prezzi globali. Alcuni carichi destinati all’Europa hanno già invertito rotta verso l’Atlantico medio, mentre i consumatori in Asia si preparano a pagare tariffe più alte.
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La risposta di Trump e del Segretario all’Energia
Il presidente Donald Trump ha definito i rincari del petrolio un "piccolo prezzo da pagare" per neutralizzare la minaccia nucleare iraniana. Parallelamente, il Segretario all’Energia, Chris Wright, ha sottolineato che l’aumento dei prezzi sarà temporaneo, prevedendo che il costo della benzina "non dovrebbe salire molto oltre gli attuali livelli", grazie alla disponibilità globale di greggio. Wright ha aggiunto che, anche se le raffinerie in Asia ed Europa subiscono interruzioni, gli Stati Uniti sono un esportatore netto di petrolio e gas naturale e non c’è carenza di energia nell’emisfero occidentale. "Avremo un periodo temporaneo di prezzi energetici elevati, ma non durerà a lungo" - ha spiegato Wright. Nel peggiore dei casi si parla di settimane, non mesi, e porterà a una situazione più stabile: un Iran indebolito, incapace di minacciare i vicini o le truppe americane, e costretto a muoversi verso il commercio invece che verso il conflitto."
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Prospettive e scenari
Gli analisti avvertono che se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi fino alla fine di marzo, il prezzo del greggio potrebbe superare i 150 dollari al barile, alimentando ulteriormente inflazione e costi per consumatori e imprese. Il conflitto ha già ridotto la capacità di stoccaggio del petrolio, costringendo alcuni produttori a ridurre l’output. Gli effetti sulle commodity derivate, come carburanti per aviazione e fertilizzanti, potrebbero essere altrettanto rilevanti. Il G7 sarebbe pronto a discutere oggi il rilascio comune e coordinato delle riserve strategiche di petrolio per frenare la corsa del greggio. Lo scrive il Financial Times, secondo cui una riunione online è prevista oggi alle 8.30 di New York (le 14.30 italiane). La decisione, già presa in passato dopo l'invasione dell'Ucraina, coinvolgerebbe anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia.