"L'abuso della Repubblica Islamica su di me è iniziato quando avevo quattro anni. Se oggi sono ancora qui, in piedi, è perché nutro un unico, profondo desiderio: vivere in un mondo dove l'ideologia della Repubblica Islamica sia solo un ricordo del passato", racconta alla vigilia della Giornata della Donna a Sky TG24 Melina, una giovane abitante della capitale iraniana
"Era l'8 marzo del 1389 (corrispondente al 2011), un anno esatto dopo le grandi ondate del Movimento Verde. Nonostante la repressione, l'aria a Teheran era ancora densa di elettricità e voglia di giustizia. Io e un mio caro amico decidemmo di unirci alla folla: il punto di ritrovo era Piazza Ferdowsi, con l'obiettivo di raggiungere via Azadi per la manifestazione della Giornata Internazionale della Donna". Inizia così il racconto che Melina (nome di fantasia Ndr) ha fatto pervenire via audio a Sky TG24 alla vigilia della Giornata della donna. "Mentre camminavamo verso l'incrocio di Vali-e-Asr, un ragazzo ci si avvicinò - continua - . Aveva il nostro stesso stile, parlava come noi, sembrava uno dei tanti giovani che sognavano un Iran diverso. Ci fidammo. Non potevamo sapere che quella fiducia sarebbe stata la nostra trappola. Lungo il percorso, la tensione esplose più volte. Le forze speciali caricavano, il fumo dei gas lacrimogeni bruciava i polmoni e il suono degli spari rimbombava tra i palazzi. Ogni volta che provavo a suggerire una via secondaria o un vicolo per metterci in salvo, quel ragazzo insisteva: 'No, venite di qua, questa strada è sicura'. Ci guidò dritto verso l'incrocio tra via Azadi e via Gharib, proprio davanti a un parcheggio controllato dalle Guardie Rivoluzionarie. Lì, in un istante, la maschera cadde. Ci spinse verso gli agenti e disse freddamente: "Prendete questi due". Fui separata dal mio amico. Mentre lui veniva trascinato via e picchiato selvaggiamente con i manganelli insieme ad altri ragazzi, io fui spinta in un'area recintata per le donne. Ricordo ancora la crudeltà gratuita di quegli istanti: c'era una ragazza con la sindrome di Down, terrorizzata, che tenevano prigioniera nonostante le nostre suppliche. C'erano donne anziane, una con problemi di cuore, lasciate sotto il sole e la pressione psicologica degli agenti. Dopo ore di attesa estenuante, ci caricarono su un vecchio autobus. Era un mezzo spettrale: i sedili erano stati rimossi, i vetri oscurati con la vernice e coperti da reti metalliche per impedirci di vedere dove fossimo. Durante il tragitto, l'autobus ebbe un guasto e il fumo dello scarico iniziò a riempire l'abitacolo. Eravamo troppe, stipate, l'aria mancava. Iniziammo a urlare, a colpire le pareti del bus per non soffocare. Una donna svenne per il fumo. Alla fine, ci portarono a Vozara. È un nome che ogni donna in Iran conosce fin troppo bene. È la sede della "polizia morale", lo stesso luogo dove, anni dopo, sarebbe stata scattata l'ultima foto di Mahsa Amini. Io c'ero già stata altre volte, arrestata per il velo, ma quella notte fu diverso.
"Dopo l'interrogatorio e la schedatura, ci portarono nel seminterrato, un posto solitamente destinato a prostitute e tossicodipendenti - prosegue il racconto - . Lì subii l'umiliazione più profonda. Mi costrinsero a spogliarmi completamente. Quando provai a oppormi, mi minacciarono di trasferirmi nel carcere di Evin. Rimasi sola con due donne in chador. Mi toccarono, abusarono di me verbalmente e fisicamente, usando parole che ancora oggi faccio fatica a ripetere. In quella cella conobbi altre ragazze, come Sadaf, arrestata solo per essere stata a una festa. Una di loro era stata colpita alla testa con un taser: aveva gli stessi sintomi che avrebbero poi ucciso Mahsa. Questa è la mia storia dell'8 marzo, ma la verità è che l'abuso della Repubblica Islamica su di me non è iniziato quel giorno. È iniziato quando avevo quattro anni. Se oggi sono ancora qui, in piedi, è perché nutro un unico, profondo desiderio: vivere in un mondo dove l'ideologia della Repubblica Islamica sia solo un ricordo del passato".