Board of Peace per Gaza, perché l’Italia non ne farà parte per ora: cosa ha detto Meloni
MondoAlla base dalla mancata adesione, almeno per il momento, c'è l'incompatibilità con l'articolo 11 della nostra Costituzione, che permette di cedere pezzi di sovranità solo in condizioni di parità tra gli Stati. Una circostanza non prevista dal Consiglio, che accentra i poteri nelle mani del presidente Usa. Ma pesa anche la presenza di figure ingombranti come Putin e Lukashenko
La premier Giorgia Meloni ha annunciato che l'Italia, per il momento, non aderirà al Board of Peace firmato oggi da Donald Trump. L'organismo, fortemente voluto dal presidente statunitense per gestire la ricostruzione di Gaza, presenta infatti criticità giuridiche legate alla nostra Costituzione. Dalla lettura dello statuto "è emerso che ci sono alcuni elementi che sono incompatibili con il nostro ordinamento", ha spiegato Meloni. Nello specifico, la presidente del Consiglio ha sottolineato che "alcuni articoli" del Board of Peace sarebbero in conflitto con l’articolo 11 della Costituzione, "quello per cui noi possiamo concedere cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di parità tra gli Stati".
Asimmetria incompatibile con l'ordinamento italiano
Il nodo centrale riguarda, dunque, proprio l’articolo 11: la Carta permette all’Italia di cedere quote di sovranità solo a patto che vi sia una condizione di parità tra gli Stati. Lo statuto del Board, invece, assegna poteri eccessivi alla figura del presidente (lo stesso Trump), che ha l'ultima parola sulle decisioni a maggioranza, sceglie i membri dell'esecutivo e può porre veti unilaterali. Questa asimmetria rende l'organismo un sistema subordinato alla volontà di un singolo vertice, risultando incompatibile con il nostro ordinamento. A questo si aggiungono altri poteri concentrati nella stessa figura: l’autorità esclusiva di creare o sciogliere organi operativi, l’iniziativa sulla rimozione degli Stati membri, e un ruolo determinante sulla durata e sull’eventuale scioglimento dell’organismo. Lo statuto vieta inoltre di formulare riserve al suo testo e prevede forme di partecipazione provvisoria subordinate all’approvazione del chairman, riducendo ulteriormente i margini di tutela per i singoli Stati.
La premier ribadisce comunque una "posizione di apertura"
Nonostante il rifiuto tecnico, Meloni ha ribadito una "posizione di apertura". La premier ha sottolineato l'importanza del ruolo italiano nel processo di pace in Medio Oriente e la necessità di non autoescludersi da un tavolo internazionale di rilievo, confermando che il governo continuerà a lavorare per cercare una soluzione giuridica. La premier ha, però, inquadrato come "questione politica" la coesistenza nell'organismo di Vladimir Putin, sottolineando che "in qualsiasi organismo multilaterale ci si siede al tavolo con persone distanti da noi", e con Mosca accade all'Onu e al G20, ad esempio. Ma la "questione politica", secondo alcune letture all'interno dell'esecutivo, rischia di pesare almeno quanto, se non più di quella giuridica. Perché, è il ragionamento che si fa a vari livelli, dopo aver tenuto per quattro anni una postura costante sull'Ucraina, è difficile sedersi a parlare di pace con Putin o il bielorusso Alexander Lukashenko. Senza contare che le evoluzioni delle ultime settimane, si ammette in ambienti di centrodestra, hanno aperto qualche interrogativo sulle strategie di Washington e in generale sugli scenari americani.