Israele–Gaza. Quanto durerà la guerra?

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Michele Cagiano de Azevedo

Michele Cagiano de Azevedo

GLi scenari più probabili della crisi in Medioriente

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L’operazione “Spade di Ferro” non è ancora cominciata, nel vero senso della parola. I raid aerei sulla Striscia di Gaza si sono moltiplicati, ma viviamo in un clima innaturale, come se qualcosa di più grande e minaccioso dovesse accadere. Netanyahu è stato chiaro: “Hamas sarà schiacciata, come è stato schiacciato l’Isis”. In più, nei giorni scorsi, il primo ministro israeliano ha lasciato filtrare chiaramente che l’operazione di terra a Gaza – cioè l’ingresso con carri armati e fanteria – è inevitabile. Per ora prepara il terreno, con il richiamo dei riservisti, la formazione del governo di emergenza che renderà più veloce ogni decisione, la concentrazione di tank e militari lungo le frontiere, la chiusura ermetica della Striscia con la sospensione delle forniture di cibo, acqua, elettricità. Da qui in poi si procede per ipotesi.

Le mosse americane

Sicuramente, la presenza del Segretario di Stato americano Antony Blinken tra Israele e Territori Palestinesi ritarda ogni tipo di intervento armato, sarebbe inconsueto che una attività diplomatica di questo livello sia superata dal rumore delle armi mentre è ancora in corso. Dopo Netanyahu, Blinken incontra il Presidente dell’Autorità Nazionale palestinese Abu Mazen, finora molto isolato, e poi sarà il turno dei qatarini, strategici in questo momento nel loro sostegno finanziario ad Hamas. Gli americani lo dicono chiaramente: non voglio che il conflitto si espanda. “Non agite contro Israele, è un monito che rivolgiamo a tutti i paesi”. A rafforzare le parole del Segretario di Stato, il dispiegamento delle portaerei nell’Est del Mediterraneo.

Il mondo arabo

Bisogna poi mettere a bilancio le conseguenze del venerdì di protesta nel mondo islamico. Hamas ha chiesto segnali di solidarietà. Dopo la preghiera, vuole che tutti i musulmani manifestino per sostenere la causa palestinese. In particolare, si rivolge a Giordania, Egitto, Libano, i paesi confinanti. Cosa succederà? Si apriranno altri fronti, in particolare si aprirà un fronte Nord al confine tra Libano e Israele? Dei segnali di inquietudine ci sono, se mai Hezbollah scendesse in campo, per Israele sarebbe complicato concentrare le sue forze solo lungo la Striscia. I tempi delle operazioni, in questo caso, si dilaterebbero notevolmente. La capacità militare di Hezbollah è ben superiore a quella dei palestinesi di Gaza, sia per addestramento che per arsenale a loro disposizione.

I precedenti: l’operazione “Piombo Fuso”

Se, invece, prendiamo in considerazione solo lo scenario della Striscia, può essere utile guardare all’operazione “Piombo Fuso” (o “Massacro di Gaza” secondo la definizione dei palestinesi). A fine dicembre 2008, Israele cominciò una operazione militare con massicci raid aerei su Gaza. Obiettivo dichiarato, neutralizzare Hamas, colpevole di bersagliare con i razzi Qassam i centri urbani del Sud di Israele. I bombardamenti durarono 20 giorni, resi ancora più letali dall’attacco via terra del 3 gennaio 2009. I morti palestinesi furono circa 1400, quelli israeliani 13. Solo la pressione della comunità internazionale portò alla tregua del 18 gennaio, con la conferenza di Pace di Sharm el Sheik. Oggi, la crisi sembra molto più profonda, i morti e gli ostaggi israeliani non fanno pensare a una operazione militare punitiva di breve durata, una sorta di veloce rappresaglia. Israele vuole sradicare Hamas dalla Striscia di Gaza e sarà meno sensibile alle pressioni esterne.

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