Il Regno Disunito: le conseguenze della Brexit su Scozia, Irlanda del Nord e Gibilterra

Mondo

Matteo Castellucci

Dopo la Brexit, le nazioni che compongono il Regno Unito sono entrate in rotta di collisione con Londra. La Scozia annuncia un nuovo referendum di indipendenza, l'Irlanda del Nord è rimasta nel mercato unico europeo. Mentre si allenta il controllo su Gibilterra 

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Il Regno Unito si chiama ancora così perché, anche se l’impero britannico è tramontato da tempo, riunisce al suo interno diverse nazioni, con una marcata identità. Dopo la Brexit, però, quell’aggettivo ha iniziato a vacillare. Nel senso che l’integrità territoriale non è mai stata così in discussione. 

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In Scozia, l’indipendentismo fa parte del genius loci. Sulle targhe delle auto svetta spesso la croce di Sant’Andrea e sulle sterline che circolano qui non figura l’effigie della regina, ma Sir Walter Scott, il padre del romanzo storico. Quando si parla di referendum, oltre il vallo di Adriano, si ricorda una consultazione precedente a quella sulla permanenza nell’Unione Europea del 2016. Due anni prima, agli scozzesi è stato posto un quesito identico, solo che la domanda riguardava la Gran Bretagna. Il separatismo venne sconfitto, al 44,7% contro il 55,3%, ma a quella data mancava un fattore non secondario: la Brexit.

 

Nel 2016, la Scozia ha votato in controtendenza con il Sud del Paese: in nessun collegio ha vinto il “Leave” e il 62% dei cittadini si era espresso per restare in Europa. La leader dello Scottish National Party (Snp), la principale forza politica del Nord, Nicola Sturgeon, ha promesso un nuovo referendum se il suo partito vincerà le elezioni della primavera per il parlamento scozzese. Non le perde dal 2003. Finché a Downing Street ci sarà Boris Johnson, il governo centrale si opporrà, anche perché nel corso del 2020 – almeno nelle rilevazioni sondaggistiche – la posizione indipendentista ha superato per la prima volta quella unionista. Se Edimburgo vorrà procedere lo stesso, sarà battaglia legale. 

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L’Irlanda del Nord è stata centrale durante i quattro anni di negoziati per scrivere i rapporti futuri tra i due blocchi. Durante quella fase, la parola “backstop” è entrata nel vocabolario giornalistico: si riferisce al meccanismo che avrebbe dovuto impedire il ritorno a un confine rigido tra le due Irlande. Il compromesso dell’ultimo minuto raggiunto da Johnson con la commissione europea, però, lascia la regione nel mercato unico europeo. È così sorta una frontiera commerciale in mezzo al mare tra le sei contee e la madrepatria, con il risultato che la merce scambiata con la Gran Bretagna (soprattutto nel caso dei generi alimentari) è sottoposta a controlli doganali cui quella di provenienza comunitaria non è sottoposta.

 

Come risultato, importazioni ed esportazioni verso l’isola maggiore sono crollate. Secondo il Financial Times, nel frattempo il traffico ha iniziato a spostarsi dai porti inglesi. Ne hanno beneficiato alcuni attracchi francesi, come Cherbourg, Roscoff e Dunkirk, e Rosslare, nell’Éire. Dietro la migrazione c’è una ragione pratica: da quando è fuori dall’Ue, le spedizioni verso la Gran Bretagna sono più laboriose, perché vanno riempiti moduli con fino a 41 campi per l’export e 29 per l’import. In alcuni casi, i dazi gravano anche sull’e-commerce. Tanto che il governo, tramite il Department for International Trade, aveva suggerito alle aziende di aprire filiali sul continente per evitare le tasse. Il governo inglese ha chiesto alla commissione europea una moratoria fino al 2023 sull’Irlanda del Nord per contenere i danni.

 

Gli Accordi del venerdì santo, che nel 1998 posero fine ad anni di sangue, prevedono che l’Ulster resti parte della Gran Bretagna finché tale sarà l’aspirazione più diffusa tra la popolazione delle due Irlande. In caso di un cambio di segno, Londra dovrebbe prendere atto della scelta senza interferirvi. In prospettiva futura, l’Irlanda del Nord sta entrando nell’orbita di Dublino. 

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Se in Galles il localismo si declina in versione autonomista, con poteri accresciuti per il parlamento di Cardiff, un altro tassello del Regno penalizzato dalla Brexit è Gibilterra. La rocca che presidia uno stretto cruciale per la geopolitica novecentesca entrerà de facto nell’Area Schengen. Ogni giorno quel confine con la Spagna è attraversato da 15 mila transfrontalieri, di cui 10 mila iberici. In passato Madrid avrebbe auspicato l’annessione, oggi non è una prospettiva realistica, vista la forte identità dei gibilterriani che in due occasioni – nel 1967 e nel 2002 – hanno ribadito fedeltà alla Regina con percentuali plebiscitarie. Le stesse con cui, nel 2016, il “Remain” ha trionfato (al 95,9%).

Secondo gli analisti, per Gibilterra la Brexit ha rappresentato la scossa più forte da quando la rocca venne ceduta dalla corona spagnola a quella britannica. In quell’anno, era il 1713, il Regno di Scozia si era unito all’Inghilterra da appena un lustro, dopo otto secoli di indipendenza (e una parentesi nel Commonwealth), mentre l’Irlanda era reduce dalla ribellione repressa nel sangue da Oliver Cromwell. Sono suggestioni storiche, ma è sulle decisioni politiche del presente che si misura la tenuta del Regno. Verrà ridimensionato ulteriormente l'erede di quello che era l’impero su cui non tramontava mai il sole?

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