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Brexit, tra una settimana il momento della verità

1' di lettura

Entro sette giorni, ma probabilmente proprio il 12 marzo, Theresa May porterà di nuovo al voto del Parlamento la "sua" Brexit. Dopo la bocciatura senza precedenti di gennaio, si sta lavorando ad una diversa clausola irlandese.

Il calendario

Sono tre le date da tenere a mente: entro il 12 marzo il secondo "meaningful vote" ci dirà se la Premier avrà vinto, o meno, la sua scommessa. In caso di bocciatura del Piano B, entro il 13 marzo i deputati dovranno decidere se uscire dall'Unione europea il 29 marzo prossimo senza accordo. Il famigerato no-deal, quindi, viene messo ai voti, e di fatto depotenziato. In caso di nuova bocciatura, infine, il 14 marzo Westminster dovrà decidere se chiedere un rinvio della Brexit. Theresa May ha promesso che, in questo caso, il rinvio sarà "breve", al massimo fino a giugno, per non costringere il paese a partecipare alle elezioni di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Rimane da vedere se i deputati saranno d'accordo.

Nota a margine: è stato impossibile sapere da fonti di Downing Street e/o portavoce del governo quale sarà l'indicazione di voto dell'esecutivo per la sua maggioranza nei due voti successivi al Piano B.  

Le trattative con Bruxelles sul confine irlandese

E' stato il grande assente della campagna elettorale. Si è rivelato l'unico, vero, nodo - fino ad oggi irrisolto - dei negoziati sulla Brexit. Come uscire dal mercato unico e dall'unione doganale, garantendo allo stesso tempo l'assenza di qualsiasi confine fisico tra Repubblica d'Irlanda e Irlanda del Nord, è il rompicapo che Theresa May - dopo aver subito l'umiliante sconfitta di gennaio quando in 432 votarono contro l'accordo firmato con Bruxelles - ha affidato al Ministro per la Brexit Stephen Barclay e, soprattutto, all'Attorney General Geoffrey Cox.

I due domani saranno di nuovo a Bruxelles, in un rush finale di negoziati che, con ogni probabilità, non porteranno alla riapertura dell'accordo di divorzio ma all'aggiunta di un addendum, o di un protocollo, che tranquillizzi sulla natura "temporanea" del famoso, e famigerato, backstop irlandese.

Abbiamo fatto passi avanti, dicono dal governo; Downing Street ha rinunciato a una data di scadenza per la clausola o al diritto di recesso unilaterale, scrive il Telegraph. Retroscena opposti per opposte sensibilità, da parte sua Cox attraverso Twitter mette tutti a tacere, in parte smentisce e in parte conferma le ricostruzioni e soprattutto scandisce: "negoziati complessi e dettagliati non possono essere condotti in pubblico". La verità dello stato dei negoziati, dunque, sarà a metà strada tra le speranze dei duri e puri, "eliminare del tutto la clausola", e l'intransigenza di Bruxelles, "non c'è nulla da modificare". Resta da vedere se quanto Londra riuscirà ad ottenere sarà sufficiente per tranquillizzare i Falchi e, soprattutto, i membri del DUP, il piccolo partito nord-irlandese che con i suoi voti garantisce all'Esecutivo la maggioranza a Westminster.

La campagna acquisti a Westminster

Se i suoi inviati discutono con Bruxelles, a Londra la Premier non resta con le mani in mano. Oggi, un fondo da 1,6 miliardi di sterline su sette anni per le aree del Regno più svantaggiate (e, "curiosamente", a guida laburista); mercoledì, novità definite "importanti" sui diritti dei lavoratori. Con questi due strumenti Downing Street spera di convincere i Brexiters dell'opposizione a sostenere il suo accordo, il prossimo martedì. Una scommessa un po' spericolata, decisamente limitata nei fondi a fronte di 10 anni di austerity, senza alcuna garanzia da parte dei destinatari, e che dà il senso della gravità della situazione. Secondo il Sun però starebbe funzionando: sarebbero 35 i deputati laburisti pronti a sostenere il testo del governo.

Le minacce sullo sfondo

D'altra parte, in questa lunghissima partita di poker è davvero arrivato il momento di mostrare le carte. E la May, che in mano ha sì e no un full, è decisa a chiamare tutti i bluff. Così, se la minaccia di togliere dal tavolo il no-deal ha in qualche modo indebolito la posizione negoziale con Bruxelles, allo stesso tempo ha rafforzato il governo nei confronti dei conservatori duri e puri.

Lo European Research Group, che può contare su un centinaio di deputati, all'ultima votazione non è riuscito ad esprimere più di 20 voti contrari e 80 astensioni: il timore di vedere la Brexit andare in fumo, tra un rinvio e l'altro, potrebbe portare i Falchi a più miti consigli.

Tempo per un secondo referendum?

Soprattutto perché quando ci sarà il voto sul Piano B il Labour di Jeremy Corbyn presenterà un emendamento a favore di un secondo "voto popolare". Le opzioni sulla scheda sono, e sarebbero, materia di discussione. L'idea dei laburisti è che la scelta dovrebbe essere tra il "May Deal" e il "Remain". Fumo negli occhi dei Brexiters più convinti e un aiuto non da poco per la Premier. Anche perché per un secondo referendum sarebbero necessari almeno 9 mesi.

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