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Afghanistan, Difesa: entro un anno ritiro contingente italiano. Moavero: "Lo apprendo ora"

5' di lettura

Il ministro Trenta avrebbe dato "disposizioni per valutare l'avvio" dell'operazione. Ma il titolare della Farnesina: "Non ne abbiamo parlato". Lega: "È solo valutazione del ministro". Intanto Usa e talebani siglano una bozza di accordo per la pace, ma la Nato frena

"Il ministro Trenta ha dato disposizioni al Coi (il Comando operativo di vertice interforze) di valutare l'avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan". A riferirlo sono fonti della Difesa che, sul possibile ritiro, aggiungono: "L’orizzonte temporale potrebbe essere quello di 12 mesi". Ma il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, impegnato oggi a Gerusalemme, frena: "Lo apprendo adesso, non ne ha parlato con me". E spiega: "Non appena torno a Roma o non appena dovessi sentire il ministro, ne riparleremo". Il M5s intanto approva e definisce la decisione "molto positiva". Secondo fonti della Lega, invece, "nessuna decisione" è stata presa e si tratta solo di "una valutazione del ministro per competenza. Facciamo quel che serve per riportare pace e stabilità". La notizia di un possibile ritiro italiano arriva inoltre nello stesso giorno in cui Stati Uniti e talebani hanno raggiunto un'intesa di principio per un accordo quadro sulla pace in Afghanistan. Anche se la Nato predica calma: "Troppo presto per speculare sul ritiro". (GLI AGGIORNAMENTI)

Raggiunto accordo di principio tra Usa e talebani

L’intesa tra Usa e talebani è arrivata al termine di una lunga serie di colloqui in Qatar. In base all’accordo, i talebani si impegnano a impedire che l'Afghanistan "diventi una piattaforma per gruppi terroristici internazionali". L'accordo, che se realizzato costituerebbe una svolta dopo 17 anni di guerra e 500mila vittime, prevederebbe anche altre due condizioni poste dagli Stati Uniti per lasciare completamente il Paese :il cessate il fuoco e colloqui diretti con il governo di Kabul. Gli Usa in Afghanistan hanno 14 mila soldati, che a dicembre Trump ha già detto di voler dimezzare. Sugli ultimi due punti su cui la delegazione dei talebani ha chiesto tempo per discutere con la sua leadership, che finora si è sempre opposta fermamente a queste concessioni.  "Abbiamo una bozza che deve essere arricchita prima che diventi un accordo", ha detto l'inviato americano, Zalmay Khalilzad, in un'intervista al New York Times a Kabul, dopo sei giorni di colloqui a Doha: "I talebani si sono impegnati, con nostra soddisfazione, a fare ciò che è necessario".

Appello ai Talebani del presidente afghano Ghani

Del principio di accordo ha parlato anche il presidente afghano Ashraf Ghani, che ha lanciato intanto un nuovo appello ai talebani a dialogare con il governo: "Abbiamo una forte volontà di aprire le porte verso la pace", ha detto in un discorso in tv dopo aver incontrato il negoziatore Usa. Ma Ghani ha invitato anche alla "prudenza per non ripetere gli errori del passato", rievocando il caos dopo il ritiro dell'Armata Rossa nel 1989. Il suo entourage inoltre sospetta che gli americani possano negoziare accordi bypassando Kabul, prevedendo ad esempio un governo di transizione che includa anche i talebani e che spiani la strada ad un cambio della costituzione e ad elezioni che rimettano in gioco gli insorti. Ma Khalilzad ha smentito l'ipotesi.

Nato: "Troppo presto per parlare di ritiro"

Sul ritiro, intanto, anche la Nato frena: "Non lasceremo prima di avere una situazione che ci permetterà di ridurre il numero di truppe”, afferma il segretario generale Jens Stoltenberg. “È troppo presto per speculare sul ritiro, quello che serve è sostenere gli sforzi per una soluzione pacifica”. Il "nostro obiettivo", spiega Stoltenberg, "è impedire che il Paese torni ad essere un paradiso sicuro per il terrorismo internazionale".

Ritiro collegato ad annuncio Usa su dimezzamento truppe

Il ritiro delle truppe italiane, secondo quanto si apprende, avrebbe un collegamento diretto con l'annuncio di fine dicembre dell'amministrazione Trump che ha detto di voler dimezzare la presenza delle truppe in Afghanistan, da 14mila a 7mila uomini. Questo scenario avrebbe avuto ripercussioni sulle scelte di Roma, per la riconfigurazione del contingente ad Herat, oggi composto da circa 800 militari. Una riduzione era già prevista, ma finora non si era mai parlato di una completa chiusura della missione, dove gli italiani sono presenti dal 2003. In ambienti governativi, intanto, viene sottolineato che la scelta dell'Italia sarebbe già stata discussa proprio con Washington, ma anche con la Nato e le autorità afghane.

La missione in Afghanistan

Per la missione Nato in Afghanistan, il Parlamento ha autorizzato, per i primi 9 mesi del 2019, un impiego massimo di 900 militari, 148 mezzi terrestri e otto mezzi aerei, in gran parte dislocati ad Herat presso il Taac-W: vale a dire il contingente multinazionale, a guida italiana, che si occupa dell'addestramento, dell'assistenza e della consulenza delle forze di sicurezza locali. L'area di responsabilità italiana in cui opera il Taac-W - attualmente su base Brigata aeromobile 'Friuli' e comandato dal generale Salvatore Annigliato - è una grande regione dell'Afghanistan occidentale, delle stesse dimensioni del Nord Italia. Comprende quattro province: quelle di Herat, Badghis, Ghowr e Farah.

Le nuove missioni italiane

Da tempo si parla di una contrazione del contingente in Afghanistan e di un dimezzamento di quello in Iraq, con l'annunciata chiusura nel primo trimestre di quest'anno della task force Praesidium, cioè quella dei 470 militari a protezione della diga di Mosul. Tutto questo a fronte di un maggior impegno in Africa, dove sono concentrati gli interessi nazionali, in particolare con riferimento al controllo dei flussi migratori. In questo contesto - ad esempio - va inquadrata la missione in Niger, oltre che la riconfigurazione di quelle in Libia e il previsto invio di un contingente in Tunisia nell'ambito di un'operazione della Nato.

Data ultima modifica 28 gennaio 2019 ore 21:26

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