Premio Nobel Pace 2018 a Mukwege e Murad per lotta a stupri di guerra

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Il ginecologo congolese e l'attivista yazida vittima dei crimini dell'Isis in Iraq sono stati insigniti dal Comitato norvegese "per i loro sforzi volti nel porre fine all'uso della violenza sessuale come arma di guerra e conflitto armato"

 

Il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato al ginecologo congolese Denis Mukwege e a Nadia Murad, vittima yazida dei crimini commessi dall'Isis in Iraq, per il loro impegno contro l'uso della violenza sessuale come arma di guerra. L'annuncio è stato dato nel Norwegian Nobel Institute di Oslo. 

Chi è Denis Mukwege

Denis Mukwege, 63 anni, è considerato da molti uno dei massimi esperti mondiali della cura dei danni fisici interni causati da stupro (chi è: la scheda). Nato a Bukavu, in Congo, il primo marzo del 1955, ha studiato medicina in Burundi. Poi la specializzazione in Francia, in ginecologia presso l'Università di Angers. Rientrato in Congo, nel 1998 ha aperto a Bukavu il Panzi Hospital, ospedale che ha come missione principale quella di curare le donne vittime di stupro. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nell'ex Zaire ci sono stati 15mila casi accertati di violenza sessuale nel 2015. La piaga di torture e abusi è iniziata a fine anni '90, con la fine del secondo conflittto congolese. Da lì, si è estesa come una metastasi, diventando un'arma e raggiungendo le cifre sopracitate. Il 26 novembre 2014, Mukwege ha ricevuto il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, candidato dai gruppi politici europei S&D e ALDE.

Chi è Nadia Murad

La battaglia di Nadia Murad è sia personale che di divulgazione al mondo di quello che ha significato in termini di violenze il regime dell'Isis (chi è: la scheda). La 25enne è un simbolo delle sofferenze al limite del genocidio subite della sua comunità, gli yazidi, considerati dal Califfato adoratori del diavolo. A vent'anni aveva il sogno di aprire, magari dopo gli studi, un proprio salone di bellezza. Invece nel 2014 i miliziani dell'Isis sono arrivati a Kocho, il villaggio dove abitava nell'Iraq settentrionale, hanno ucciso gli uomini, fatto scomparire le donne anziane e rapito lei con altre ragazze e bambini. Divenuta schiava sessuale e provando sulla sua pelle l’orrore dello stupro come arma di guerra, Nadia è poi miracolosamente riuscita a scappare. Nell'autobiografia “L'ultima ragazza” ha narrato il suo calvario: mentre era prigioniera, la ragazza è stata continuamente umiliata, brutalizzata, stuprata anche in gruppo. Poi la liberazione dovuta a un caso fortuito: quando il suo carceriere per disattenzione non ha chiuso a chiave la porta della casa di Mosul in cui era prigioniera, Nadia ha colto l'occasione ed è fuggita. Diventa ambasciatrice di buona volontà delle Nazioni Unite (ha vinto anche tra gli altri il premio Sakharov 2016 e Donna dell'anno 2016) la giovane persegue il duplice obiettivo di divulgare il più possibile lo sterminio di migliaia di yazidi e di veder processati i suoi aguzzini come Abu Omar. Una prima vittoria l'ha già ottenuta, con il Consiglio di Sicurezza dell'Onu che ha istituito un team investigativo per raccogliere le prove dei crimini dell'Isis.

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